Jean-Luc Mélenchon vuole cambiare la carta amministrativa della Francia e affidare all’acqua un ruolo decisivo nella definizione dei territori. Il leader di La France insoumise (LFI) propone di sostituire le tredici regioni metropolitane con una ventina di eco-regioni, organizzate sulla base dei bacini idrografici, dei fiumi, delle coste, delle foreste e delle caratteristiche fisiche del paesaggio. Come si legge sul sito Reporterre, l’idea era già comparsa durante la campagna presidenziale del 2022, senza suscitare particolare attenzione. Mélenchon l’ha rilanciata nel giugno scorso, durante un comizio a Saint-Denis, in un momento segnato da temperature estreme. L’acqua dovrebbe diventare così uno dei temi centrali della sua eventuale corsa alle presidenziali francesi del 2027.
La proposta nasce anche dalla contestazione della riforma territoriale approvata nel 2015 sotto la presidenza di François Hollande. Secondo Mélenchon, le grandi regioni create allora rispondono a una visione fondata sulla competizione economica tra territori e risultano ormai inadatte alle trasformazioni prodotte dal cambiamento climatico. Il nuovo assetto dovrebbe seguire la geografia reale della Francia, al posto dei confini amministrativi verrebbero presi in considerazione sottobacini fluviali, sistemi costieri, montagne, foreste e disponibilità delle risorse naturali. Ogni eco-regione avrebbe il compito di coordinare la pianificazione ecologica insieme ai comuni, chiamati a segnalare bisogni e priorità locali. Le competenze previste sarebbero molto ampie, le nuove istituzioni potrebbero occuparsi del ciclo dell’acqua, della qualità dell’aria, della protezione dei suoli, delle foreste, della mobilità e degli effetti ambientali sulla salute pubblica; potrebbero inoltre acquisire la facoltà di fissare regole specifiche in questi ambiti. Il progetto resta per adesso ancora incompleto. Gabriel Amard, deputato di LFI e tra i responsabili dell’iniziativa, ha spiegato che le eco-regioni potrebbero essere 22, 24 o anche di più. I confini devono essere ancora studiati e la mappa definitiva non esiste; una prima rappresentazione mostrata durante una conferenza stampa aveva diviso la Francia in tredici aree costruite intorno ai principali sistemi fluviali, l’immagine ha creato qualche confusione, perché sembrava anticipare la futura suddivisione. Amard ha precisato che si trattava esclusivamente di un esempio destinato a mostrare la coerenza idrografica dei territori. La delimitazione potrebbe risultare meno rigida di quella attuale; gli ecosistemi attraversano le frontiere amministrative e rendono necessaria la collaborazione tra zone diverse. Le valli della Mosa e del Reno, per esempio, condividono l’area naturale dei Vosgi e dovrebbero coordinare le rispettive politiche ambientali. Anche la composizione degli organi decisionali cambierebbe, i futuri consigli ecoregionali non dovrebbero riprodurre il modello degli attuali consigli regionali, dominati dai partiti, accanto ai rappresentanti politici siederebbero persone incaricate di tutelare gli interessi degli ecosistemi, delegati dei giovani e rappresentanti dei lavoratori delle imprese coinvolte nella transizione ecologica. Ogni componente avrebbe lo stesso peso nelle votazioni.
Se Mélenchon vincesse le presidenziali, le elezioni regionali previste nel 2028 potrebbero essere sostituite da consultazioni eco-regionali. Per realizzare la riforma servirebbero una legge organica, capace di stabilire competenze e funzionamento delle nuove istituzioni, e una legge elettorale dedicata.
Secondo Claire Lejeune, deputata di LFI e co-promotrice del progetto, la trasformazione ecologica richiede anche nuovi strumenti democratici, capaci di proteggere gli interessi collettivi nel lungo periodo dalle pressioni economiche immediate. La proposta interviene direttamente sulla gestione dell’acqua, un settore nel quale LFI denuncia il peso esercitato dall’agricoltura intensiva all’interno degli organismi locali. Le agenzie idriche esistenti verrebbero conservate e rafforzate, mentre le commissioni territoriali dovrebbero garantire una rappresentanza più equilibrata degli interessi coinvolti.
Resta aperta la questione dei diritti della natura. Il progetto valuta la possibilità di attribuire una forma di riconoscimento giuridico a fiumi, laghi, mari, montagne e altri elementi naturali. In Francia esistono già riflessioni e iniziative dedicate alla Loira e al Mediterraneo, dalle quali LFI potrebbe ricavare modelli applicabili alle ecoregioni. Il gruppo di lavoro sta consultando ricercatori, idrologi ed esperti di bioregionalismo.
Proprio il bioregionalismo costituisce il principale riferimento teorico dell’iniziativa. Nato in California negli anni Settanta, propone di organizzare i territori tenendo conto dei cicli dell’acqua, degli habitat, dei corridoi ecologici, delle migrazioni animali, delle catene montuose e delle culture sviluppate dalle comunità locali. La carta geografica diventa così l’espressione del rapporto tra popolazioni ed ecosistemi. Le ecoregioni immaginate da LFI richiamano in particolare il lavoro dell’urbanista italiano Alberto Magnaghi, secondo il quale una bioregione urbana nasce dall’interazione continua tra ambiente naturale e società umane.
Agnès Sinaï, direttrice dell’Institut Momentum e studiosa delle politiche bioregionali, intervistata da Reporterre considera positiva la volontà di riportare l’acqua al centro delle decisioni pubbliche: “L’accelerazione dell’espansione urbana rende invisibili i flussi necessari alla vita, come l’acqua. Il bioregionalismo si propone di sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema al fine di tutelare le risorse naturali che rendono abitabili le nostre regioni ” . Sinaï individua però una possibile contraddizione, LFI conserva una concezione dello Stato fortemente centralizzata, mentre il bioregionalismo storico valorizza l’autonomia locale, il federalismo e la capacità dei territori di autogovernarsi. Anche Marin Schaffner, studiosa del bioregionalismo, giudica la proposta un possibile punto di partenza, purché non si esaurisca in un nuovo disegno dei confini: “L’acqua va considerata in relazione alla topografia, alle foreste e alle coste, ma anche in relazione alla storia sociale e politica dei territori. Rafforzare le risorse degli enti idrici o migliorare i meccanismi di allocazione è necessario, ma non sarà sufficiente. È necessario trasformare anche il rapporto collettivo con l’acqua, ripensando la solidarietà tra i territori anziché metterli in competizione”.
La proposta possiede dunque una forte ambizione culturale: cerca di superare un’amministrazione costruita su confini stabiliti dalla politica e di avvicinare le istituzioni ai limiti fisici degli ecosistemi.





