Avevamo già raccontato, numeri alla mano, quello che abbiamo definito il grande bluff delle Olimpiadi sostenibili. Due ricerche indipendenti avevano messo in discussione la narrazione ufficiale dei Giochi di Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026, mostrando consumo di suolo, emissioni e opere infrastrutturali ben oltre il perimetro degli impianti sportivi.
Ora anche The Guardian torna sul tema con un articolo approfondito che ripercorre l’impatto ambientale dei Giochi direttamente dai territori coinvolti.
Il quotidiano britannico parte da Cortina d’Ampezzo, dal Bosco di Ronco, un’area di larici secolari lungo il fiume dove sorgeva la vecchia pista da bob in legno. Oggi al suo posto si estende la nuova pista in acciaio e cemento. Un intervento simbolico che riassume la distanza tra la promessa di sostenibilità e la trasformazione fisica del paesaggio. Il racconto si concentra su ciò che la comunicazione ufficiale del Comitato Olimpico Internazionale presenta come “modello virtuoso”. L’85% delle sedi sarebbe già esistente o temporaneo, i trasporti a basse emissioni, materiali riciclabili, piani climatici dettagliati. L’articolo evidenzia che molte strutture esistenti sono state demolite e ricostruite con volumetrie maggiori, che a Livigno è stato realizzato un nuovo snowpark nonostante la presenza di un impianto nella valle accanto, che a Predazzo i trampolini sono stati rifatti da zero a breve distanza da quelli precedenti. Il nodo climatico attraversa tutto il reportage. Le temperature medie di febbraio a Cortina risultano aumentate negli ultimi decenni, l’altezza media della neve invernale si è ridotta. Per garantire piste con uno spessore adeguato sono stati costruiti bacini artificiali in quota per la produzione di neve programmata, con acqua pompata dai fiumi di valle in territori che soffrono periodi di siccità. In un’area che comprende le Dolomiti riconosciute patrimonio mondiale UNESCO, uno degli ecosistemi alpini più delicati d’Europa.
Il quotidiano riporta anche i dati sulla distribuzione della spesa, una quota minoritaria destinata alle opere strettamente funzionali ai Giochi, una parte preponderante per strade, ferrovie, parcheggi e collegamenti. Interventi che ridisegnano l’assetto infrastrutturale ben oltre l’evento sportivo. Viene ricordato che una parte consistente dei progetti è stata esclusa da procedure di valutazione ambientale.
Nel reportage ci sono le voci delle associazioni. Il WWF Italia afferma che la definizione di Olimpiadi della sostenibilità non trova riscontro nei fatti e racconta di aver abbandonato i tavoli di confronto quando il dialogo non produceva modifiche sostanziali. Attivisti e studiosi parlano di alternative meno impattanti rimaste inascoltate. Il punto centrale coincide con quanto avevamo già documentato: la sostenibilità è diventata un’etichetta potente, ripetuta in ogni brochure, mentre nei cantieri si allarga a macchia d’olio il perimetro del cemento. Le montagne diventano quinte sceniche, i boschi “variabili di progetto”, i fiumi serbatoi da spingere in quota con le pompe.
Se per organizzare dei Giochi invernali servono più strade, più parcheggi, più sbancamenti, più bacini artificiali, in un territorio che si scalda e si assottiglia di neve anno dopo anno, quale futuro stiamo celebrando sul podio?
Le Olimpiadi durano due settimane, le colate di cemento restano per decenni…
Le Dolomiti non hanno un ufficio stampa, non fanno conferenze, non distribuiscono dossier patinati, hanno solo la loro fragilità, e quella, a differenza degli slogan, non si può in nessun modo riciclare.





