DAL WEB – ARTICOLO PUBBLICATO SU THE ECONOMIST
Le lamentele per l’aumento dei prezzi alimentari sono comuni in tutto il mondo ricco. In Germania, il rincaro del döner kebab è diventato il simbolo dell’aumento del costo della vita. In Italia, secondo il Corriere della Sera, caffè espresso è un “termometro dell’economia reale”. In Corea del Sud, invece, il prezzo del cavolo, ingrediente principale del kimchi, è diventato un indicatore dell’inflazione. Il governo ne mantiene persino una scorta da immettere sul mercato quando i prezzi salgono.
Confrontare queste pressioni nei diversi Paesi è complicato. Per fortuna esiste una soluzione gustosa. Dal 1986 The Economist utilizza il prezzo di un Big Mac per valutare se le valute si trovino al loro livello «corretto». L’hamburger a due piani si presta particolarmente bene a questo compito grazie alla sua uniformità e alla sua diffusione in tutto il mondo. Le stesse caratteristiche lo rendono utile anche per confrontare i salari. Anziché convertire le retribuzioni attraverso tassi di cambio di mercato volatili, il nostro indice McWages confronta quanti Big Mac un lavoratore medio può acquistare con il proprio reddito. Per prima cosa abbiamo raccolto i dati sui redditi medi dell’OCSE, un’organizzazione composta prevalentemente da Paesi ricchi. Poiché le imposte sul reddito e i contributi previdenziali incidono in modo diverso sugli stipendi, abbiamo calcolato le retribuzioni nette applicando le aliquote fiscali previste per i lavoratori single senza figli, la principale clientela di McDonald’s. Abbiamo poi diviso il reddito netto per il prezzo locale di un Big Mac, ottenendo così il numero di hamburger che il lavoratore medio può acquistare. Per tenere conto delle differenze nell’orario di lavoro, abbiamo inoltre calcolato quanti Big Mac si possono comprare con il guadagno di un’ora.
Su base annua, l’America continua a dominare la nostra classifica McWages. Il lavoratore americano medio guadagna abbastanza da acquistare 10.215 Big Mac all’anno; Svizzera e Australia occupano rispettivamente il secondo e il terzo posto. Gli americani, tuttavia, lavorano anche molte più ore. Se si considera la retribuzione oraria, la Svizzera passa in testa: un lavoratore medio svizzero guadagna l’equivalente di sette Big Mac all’ora, contro i sei di un americano. L’Australia si colloca al terzo posto, con cinque hamburger per ogni ora lavorata. Chi ha guadagnato o perso più potere d’acquisto negli ultimi anni? I nostri dati mostrano che, misurata in Big Mac, la ricchezza dei lettoni è aumentata sensibilmente rispetto a due anni fa: oggi il lavoratore medio può permettersi un hamburger in più ogni due ore di lavoro. I tedeschi, al contrario, si sono notevolmente impoveriti, perché i salari sono rimasti stagnanti mentre il prezzo locale dei Big Mac è aumentato. Die Linke, partito della sinistra tedesca, ha già proposto di imporre un tetto al prezzo del döner. Forse i Big Mac saranno i prossimi.





