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Programmare il proprio licenziamento?

beppegrillo.it - Dicembre 7, 2018

di A. Rosanna – Questa è una storia davvero strana, ma non come pensate, e presto potrebbe rappresentare una costante.

Tutto parte nel 2016, quando su Reddit compare una confessione anonima: “Negli ultimi sei anni non ho fatto praticamente niente al lavoro”. Nulla che non conosciamo dalle nostre italiche parti, direte voi. Il fatto è che questo programmatore, che si è firmato come FiletOFish1066, ha detto di lavorare per una grande azienda e che quando diceva “niente”, intendeva dire proprio niente.

Ecco tutta la storia.

Il ragazzo dopo 8 mesi come addetto ai controlli qualità, si è accorto che il suo lavoro poteva essere completamente automatizzato. Inoltre si è accorto che nessuno aveva le competenze tecniche, non solo per scrivere il codice necessario, ma anche per capire cosa stesse succedendo. Così si è messo a lavoro per creare un software che facesse tutto il lavoro necessario.

“Per quaranta ore alla settimana, vado a lavoro, gioco a League of Legends, navigo su Reddit e faccio tutto quello che mi pare. Negli ultimi sei anni avrò lavorato una cinquantina di ore”.

Ma c’è anche una parte negativa.

Un giorno accade l’impensabile e i suoi capi si rendono conto che in cinque anni il programmatore aveva lavorato meno di una settimana, così lo hanno licenziato.

Il racconto è diventato virale nei forum tecnologici della rete, costringendo alla fine il protagonista a cancellare non solo il post, ma anche il suo account.

Ora però si apre un’altra questione.

Un altro post, questa volta su Stack Exchange, ha chiesto alla comunità di uno dei più importanti forum per programmatori della rete, se fosse poco etico non dire al datore che tutto il proprio lavoro era stato automatizzato”.

Il dubbio è legittimo. Se dico al mio datore che ho scritto un algoritmo e che tutto può essere svolto automaticamente, potrei essere licenziato. Cosa fare?

Ma ecco cosa è successo.

Il programmatore anonimo ha raccontato di aver accettato un lavoro di programmazione che si era rivelato “un semplice inserimento di dati” e di aver messo a punto uno script che aveva automatizzato l’intera attività. A quel punto, “quello che prima richiedeva un mese di lavoro, adesso poteva essere svolto in dieci minuti”. Il lavoro era a tempo pieno e includeva dei benefit, tra cui la possibilità di lavorare da casa. Il programma dava risultati quasi perfetti: agli occhi dei dirigenti, il lavoro era svolto in modo impeccabile.

Qui si apre un dibattito sull’automazione del lavoro o meglio sull’automazione di se stessi.

Questo è un quesito che è meglio rivolgersi ora. Infatti le nuove tecnologie ci hanno portato in un presente in cui molti dei lavori, per cui oggi diverse persone vengono pagate, possono essere automatizzate.

Per ora sono persone che automatizzano il proprio lavoro. Ma il dubbio etico esiste. Devo essere pagato per il “lavoro” portato a termine o per “come” porto a termine il lavoro?

Di solito l’idea che non importi il come ma solo il risultato, è sdoganata tra i consulenti o liberi professionisti.

Ma queste storie ci aprono gli occhi su come l’automazione possa arrivare da vie diverse da quelle che pensiamo, ed essere guidata dai dipendenti invece che dai datori.

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