Grillologia del lavoro

di Beppe Grillo – Negli ultimi 2 anni il lavoro e i lavoratori sono stati al centro di una grande crisi. Dopo che nel 2019 si era raggiunto un picco di occupazione (con quasi 23,5 milioni di occupati, ed un tasso di occupazione pari circa il 60%) e una forte trasformazione di contratti a tempo indeterminato, in gran parte dovuto al decreto dignità, si è aperta la crisi pandemica con un impatto devastante in termini di salari e occupazione. Tra il 2020 e il 2021 secondo i dati dell’INPS abbiamo avuto oltre 7 miliardi di ore di cassa integrazione autorizzate, per quasi 7 milioni di lavoratori. E si è registrato un aumento del tasso di disoccupazione, nonostante il blocco dei licenziamenti opportunamente varato nel 2020, oggi sceso all’8,5%. Vuol dire che abbiamo oltre 2 milioni di disoccupati, a cui si aggiungono oltre 8 milioni di persone inattive. Questo ci dice che il quadro dell’area del “non lavoro” è molto negativo, con scoraggiati, inattivi, disoccupati, giovani “NEET”, e part-time involontari, prevalentemente donne, che rappresentano circa 12 milioni di persone, ovvero la metà del totale degli occupati. Una vera bomba sociale. A 5 milioni di queste persone, durante la pandemia, il Reddito di cittadinanza insieme al Reddito di emergenza, ha offerto una occasione di reddito, che ha alleviato loro la condizione di disperazione.

Ma anche il quadro dell’area del lavoro non è positivo: le retribuzioni degli occupati dal 1991 ad oggi sono diminuite in media del 2,5% circa (unico caso in Europa). Circa il 12% dei lavoratori sono poveri secondo la definizione di Eurostat, e circa il 25% dei lavoratori guadagnano meno del 60% del reddito medio italiano. In particolare 4,5 milioni di lavoratori guadagnano meno di 9 euro lordi all’ora, che vuol dire salari netti che non arrivano a mille euro mensili. Inoltre, abbiamo una rincorsa a stipulare centinaia di contratti sindacali non rappresentativi, che hanno come unico scopo quello di abbassare i salari: abbiamo circa 950 contratti, di cui oltre i due terzi si possono tranquillamente definire “pirata” cioè fatti per fare dumping salariale. Tutto questo, nel quadro dell’attuale contesto di crescita dell’inflazione, oggi pari a 6,2%, impoverisce ancora di più i lavoratori.

In assenza di un salario minimo e di una contrattazione sindacale efficace per tutti, questa situazione non cambierà, anzi peggiorerà. Con l’inflazione crescente, è ancora più urgente fissare un salario minimo a non meno di 9 euro l’ora.

Negli ultimi 30 anni la crescente disuguaglianza ha reso ancora più arrabbiati i lavoratori. La ricchezza del pianeta si è concentrata in poche persone: una cinquantina di persone o meno, detengono la ricchezza di 3,5 miliardi di persone! Se si è un manager delle grandi corporation si arriva a guadagnare 500-600 volte la retribuzione media dei propri lavoratori, sia in Italia che nel mondo. Nel nostro paese un manager degli anni 60 come Vittorio Valletta o Adriano Olivetti guadagnava al più 10-15 volte ciò che guadagnava un operaio della Fiat o della Olivetti. Oggi i rapporti non sono più confrontabili. Occorre intervenire.

È tempo di pensare che, soprattutto dopo il Covid, e con i processi di digitalizzazione in corso, il mercato del lavoro subirà trasformazioni ancora più radicali. In molte aziende l’avvento dello smart working si è affermato come una delle forme di lavoro normali, spesso anche più efficace in termini di produttività, con benefici enormi sull’ambiente, sull’inquinamento, sullo stress da lavoro correlato, sul risparmio energetico, e sul ripopolamento di piccoli centri a vantaggio di città che oggi sono invivibili e super trafficate. Inoltre gli aumenti di produttività devono essere distribuiti anche con una riduzione dei tempi di lavoro a parità di salario ed una migliore conciliazione del tempo libero che aumenti il benessere. In Italia non si riducono gli orari di lavoro dagli anni 70, nonostante il forte progresso tecnologico raggiunto. Ed abbiamo tanti casi sperimentali nel mondo che indicano che la riduzione degli orari di lavoro e la settimana corta su 4 giorni, sono alla base non solo di una maggiore performance nell’azienda ma anche di maggiore benessere, di incrementi di natalità, e di incrementi di occupazione.

Cambiare è possibile. Se non ora quando?