di Saverio Pipitone
Bristol è una città inglese divisa in due zone: orientale underground, occidentale mainstream. A est i quartieri sono meticci e vibranti, attraversati da una pulsione antagonista. Segnati dai murales di storici graffitari come John Nation, Tom Bingle (Inkie), Felix Braun (FLX), Nick Walker, Kye Thomas (Soker) e Robert Del Naja (3D), per citarne alcuni, insieme all’artista anonimo che si firma Banksy.
A loro è dedicata la mostra Banksy Archive 01 – The School of Bristol 1983-2005, in corso a Palazzo Fava di Bologna fino al 2 agosto 2026: trentadue sezioni con 300 pezzi tra serigrafie, stencil, stampe, dipinti, materiali d’archivio e documenti inediti, che ricostruiscono un laboratorio collettivo di creatività.
Alcune opere esposte di Banksy sono di critica al consumismo predatorio che mercifica la vita: Sharks con tre squali intorno a un carrello della spesa pieno di pesci rossi; Early Man Goes to Market con un uomo preistorico che spinge il carrello della spesa verso un bisonte colpito da due frecce; Barcode con un leopardo impavido che si libera da una gabbia a forma di codice a barre.
A Bristol, nel quartiere lato est di Stokes Croft, lo sfruttamento consumista è da tempo contrastato. Nel 2007 i residenti fondarono la Repubblica Popolare, proclamando la zona bene comune, tra pratiche culturali, graffiti di dissenso, libertà civili e piccole botteghe autonome. Un museo a cielo aperto che stimola sensazioni e riflessioni uniche, nella soggettiva diversità umana. Le autorità politiche derisero l’iniziativa; invece il quartiere si riempì di tantissime persone. Ma arrivò anche il capitale immobiliare, speculando sul valore creato dal basso. Poi, nel 2011, il Comune autorizzò l’apertura di un supermarket Tesco – la più pervasiva catena di Grande Distribuzione Organizzata (GDO) in Inghilterra – sebbene la collettività si fosse incessantemente opposta. E fu rivolta: negli scontri con la polizia, il negozio venne distrutto.
Da allora, a Stokes Croft, non c’è nessun punto vendita Tesco, così come in quasi tutti i quartieri orientali. La catena presidia invece la parte occidentale: borghese e conformista, standardizzata alle forme dominanti della società dei consumi.
(Le parole che seguono, quando scritte in corsivo, sono i titoli delle opere dell’artista misterioso Banksy).
Nell’ovest benestante, un bambino e una bambina, Jack&Jill, corrono spensierati e sorridenti. Indossano però il giubbotto antiproiettile della polizia, con una libertà che è soltanto apparente: famiglie iperprotettive, Stato militarista, ossessione per la sicurezza, paura della verità. Afferma Banksy: «Molti genitori farebbero qualunque cosa per i loro figli, tranne lasciarli essere se stessi».
In Very Little Helps, i due bimbi – mano sinistra al petto, testa in su e bocca dischiusa a canto d’inno – sono davanti a una bandiera, issata da un coetaneo, nella forma di sacchetto di plastica con il logo rosso e blu della Tesco a cui giurano fedeltà, come adepti da educare al consumo, senza altri ideali o valori autentici.
La bambina cresce nel credo consumista. A 50 anni, con il carrello, ha percorso oltre 4.000 chilometri a una velocità media di 0,8 all’ora e ha visto aumentarne le dimensioni da 90 a 180 litri, il doppio della capienza, per una percezione di vuoto da riempire, che induce al 40% di spesa in più. Pieno di ripetuti prodotti, acquistati con ansietà prima che esauriscano, come la Soup Can (lattina di zuppa) alla crema di pomodoro da 400g della Tesco, il carrello la spinge in giù nella vuotaggine dello Shop Till You Drop (compere fino allo sfinimento). Insieme ad altre donne, si dispera devotamente innanzi al cartellone Sale Ends Today (fine dei saldi). Ricorda la vacanza sulla costa di Weston-super-Mare nel Somerset, all’ex lido Tropicana trasformato in Dismaland: un tetro e disorientante parco-mostra con molte attrazioni, tra cui uno scivolo nel corazzato antisommossa progettato per usarlo in Irlanda del Nord, la carrozza incidentata di Cenerentola morta e i paparazzi attorno, modellini di barche stipate di profughi, l’ufficio che offre ai bambini un anticipo sulla paghetta al 5.000% di interessi, la ruota panoramica arrugginita e il castello diroccato… In mente le rimane la scritta di benvenuto all’ingresso: la vita non è sempre una bella favola. La notte ha gli incubi, scorge la nona cavalleria aerea e di colpo il Napalm: è ustionata, nuda e urla, come la piccola vietnamita Kim Phúc, ma ai lati le tengono le mani i sorridenti Mickey Mouse e Ronald McDonald che avanzano a parata. Un giorno, appena sveglia, annulla l’appuntamento dalla strizzacervelli. Va da Tesco, compra whisky e paracetamolo; poi prende una camera all’Holiday Inn, dove ingurgita il mix e, infilandosi il sacchetto rosso e blu in testa, tenta l’ennesimo suicidio, ma un’ora dopo viene salvata dalla cameriera che, nel vederle il volto coperto dal logo Tesco, capisce che non stava affatto dormendo. Fu soprannominata «Miss Suicide» dalla psicoterapeuta Jane Haynes di Londra che riporta la vicenda – realmente avvenuta – nel suo libro dal titolo “Who is it that can tell me who I am?” (edizione Constable & Robinson, 2009).
Il bimbo diviene punk. Taglio moicano, felpa o bomber e t-shirt rossa Destroy Capitalism che aveva acquistato, mettendosi ordinatamente in fila, allo stand merchandising di un festival. Vive in periferia e gioca alla rivoluzione, con l’affetto della mamma che, aggiustandogli amorevolmente la sciarpa sul viso, raccomanda di non dimenticare il pranzo e fare un po’ di guai – Don’t forget to eat your lunch and make some trouble. In mezzo a cartelloni pubblicitari, fabbriche e filo spinato, sta accanto a una grossa scatola etichettata IEAK, anagramma della multinazionale di arredi IKEA, leggendo le istruzioni per assemblare slogan di graffiti sovversivi sul muro ma – avvezzato e pervaso dalla mercificazione capitalistica – è confuso. In quel momento, il punk sopraffatto, rammenta la serie tv The Flumps di quando era bambino e, come il piccolo personaggio Perkin, pensa di sentirsi “umpty”, cioè che tutto è troppo e va per il verso sbagliato.
Ma come scrive Banksy: «C’è sempre speranza». Robin, l’altro bambino dell’alzabandiera. Viene dai quartieri ricchi. In tenera età sulla spiaggia del lungomare Hastings faceva castelli di sabbia: fortini a insegna Tesco, intorno a una torre battente bandiera britannica (Tesco Sandcastle). Dopo prende coscienza e rompe quell’immaginario. Da adolescente, con la bomboletta spray, sovverte i muri di Barton Hill (zona Est). Diviene lanciatore di fiori (Flower Thrower): vuole pace, giustizia e libertà, sognando una città inondata di colori e di alberi rigogliosi. Nel 1999 va in Chiapas (Messico), insieme alla squadra di calcio sociale degli Easton Cowfolk di Bristol, di cui era portiere, per un’amichevole con gli zapatisti del Subcomandante Marcos, al fine di raccogliere fondi per un progetto idrico nei villaggi locali. Nel 2003 partecipa alle manifestazioni londinesi contro la guerra in Iraq mossa dalla coalizione Stati Uniti e Regno Unito. Nel 2005 visita la Cisgiordania, con il muro divisorio costruito dagli israeliani, tra ceckpoint e torri di osservazione: vide la più grande prigione a cielo aperto del mondo. Il 7 giugno 2020 è alla protesta del Black Lives Matter a Bristol – movimento antirazzista globale che reagiva alla morte dell’afroamericano George Floyd a Minneapolis (USA), ucciso da un poliziotto bianco. Quel giorno, in centro città lungo la linea di frattura ovest-est, i bristoliani abbatterono e gettarono nelle acque del porto la statua di Edward Colston (1636-1721), politico conservatore e “filantropo”: si era arricchito con il traffico di schiavi africani, molti dei quali morti durante la traversata atlantica.
Alla mostra di Bologna una sezione è riservata alla caduta di Colston: le fotografie dell’evento; l’immagine di un post sul profilo Instagram di Banksy con il disegno dei manifestanti che buttano giù la statua; la riproduzione incorniciata della maglietta grigia Bristol, realizzata da Banksy, con la figura del piedistallo vuoto e la corda pendente per trascinare Colston nell’acqua: 1.500 magliette furono vendute a 30 sterline in cinque negozi indipendenti di dischi a Bristol per sostenere la difesa dei rivoltosi arrestati e poi assolti. In esposizione ci sono i menzionati Jack&Jill, Soup Can, Napalm e Flower Thrower. Altra opera di Banksy, non in mostra ma nel catalogo, è Christ With Shopping Bags, con il corpo afflosciato di Gesù, sospeso a croce, che stringe nelle mani sacchetti ricolmi di oggetti: consumismo sfrenato che illude la coscienza e distrae dall’esistenza, lasciando solo vuoto.
Dice Banksy: «Non possiamo fare nulla per cambiare il mondo finché il capitalismo non si sgretola. Nel frattempo, dovremmo andare tutti a fare shopping per consolarci». Tanto vale farlo nel posto giusto: www.prscshop.co.uk della Repubblica Popolare di Stokes Croft.
L’AUTORE
Saverio Pipitone – Giornalista pubblicista e redattore economico-finanziario. Autore di articoli di varie tematiche, dalla critica economico sociale alla storia, dall’ecologia al consumismo. Oltre a Pesticidi a tavola, ha scritto i libri Shock Shopping La malattia che ci consuma (Arianna Editrice) e Forno a Microonde? No Grazie (Macro Edizioni). Blog: saveriopipitone.blogspot.com





