Dieci anni dopo l’Accordo di Parigi, il bilancio sanitario della crisi climatica è peggiorato. Le morti associate al caldo sono aumentate del 36%, le siccità estreme interessano porzioni sempre più vaste del pianeta e i danni economici hanno raggiunto livelli record. È quanto emerge dal Lancet Countdown 2026, il rapporto scientifico internazionale pubblicato in collaborazione con l’Organizzazione mondiale della sanità, che analizza le conseguenze del cambiamento climatico sulla salute attraverso 54 indicatori.
Tra il 2006 e il 2015, il caldo era associato a circa 398mila morti all’anno, di cui 219mila attribuibili al cambiamento climatico. Tra il 2016 e il 2023, la media è salita a 540.800 decessi annui, di cui quasi 370mila imputabili al riscaldamento provocato dalle attività umane. Nel solo 2023 sono stati stimati 710mila morti legati al caldo, un record mondiale. Di questi, il 71,5% è attribuibile al cambiamento climatico.
Il rapporto, pubblicato il 28 ottobre e realizzato da 146 esperti di 71 istituzioni scientifiche, documenta come diversi rischi climatici per la salute siano aumentati più rapidamente negli ultimi dieci anni rispetto al decennio precedente. Dall’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi, nel novembre 2016, i progressi compiuti per contenere il riscaldamento globale sono stati insufficienti a contrastarne gli effetti.
Nel 2025, il 51,8% delle terre emerse del pianeta è stato interessato da condizioni di siccità estrema per almeno un mese, il secondo valore più alto mai registrato. Anche le precipitazioni eccezionalmente intense interessano territori sempre più estesi: tra il 2016 e il 2025 hanno colpito in media il 17,2% delle terre emerse ogni anno, rispetto al 14,8% del decennio precedente. Fenomeni che aumentano il rischio di inondazioni, frane, perdita dei raccolti e diffusione di malattie legate all’acqua.
L’Italia è tra i Paesi europei maggiormente esposti alle conseguenze del caldo estremo. Secondo la scheda nazionale del Lancet Countdown, l’82,7% dei giorni di ondata di calore ai quali è stata mediamente esposta la popolazione italiana tra il 2021 e il 2025 non si sarebbe verificato senza il cambiamento climatico causato dalle attività umane. Le temperature elevate incidono sulla salute, sulla qualità del sonno e sulla capacità di lavorare, soprattutto nei settori che prevedono attività all’aperto. Nel 2025, la perdita potenziale di reddito dovuta alla riduzione della capacità lavorativa per il caldo è stata stimata in 4,6 miliardi di dollari in Italia. Il settore delle costruzioni è risultato il più colpito, con il 44% delle perdite economiche complessive.
Su scala mondiale, il fenomeno assume dimensioni ancora più impressionanti. Nel 2025, l’esposizione al caldo ha comportato la perdita potenziale di 573 miliardi di ore lavorative, con un danno economico stimato in circa 1.070 miliardi di dollari. Un costo che grava in misura particolarmente pesante sui Paesi a basso reddito, spesso gli stessi che hanno contribuito meno alle emissioni responsabili del riscaldamento globale.
Il rapporto evidenzia anche una contraddizione nelle politiche energetiche internazionali. Mentre aumentano i danni sanitari e i costi economici del cambiamento climatico, i governi continuano a destinare ingenti risorse ai combustibili fossili. Dal 2016, i sussidi netti a petrolio, gas e carbone sono raddoppiati, raggiungendo un valore cumulativo stimato di 6.200 miliardi di dollari. Nel 2024, dieci Paesi hanno destinato a questi sussidi più risorse di quante ne abbiano spese per i rispettivi sistemi sanitari.
Anche i piani industriali delle grandi compagnie energetiche mostrano quanto sia distante l’obiettivo climatico concordato a Parigi. Secondo il Lancet Countdown, le cento maggiori aziende mondiali del settore petrolifero e del gas prevedono di produrre entro il 2040 una quantità di combustibili fossili superiore del 150% rispetto ai livelli compatibili con il contenimento del riscaldamento globale entro 1,5 °C.
Eppure, il rapporto dimostra che le politiche climatiche possono produrre benefici sanitari immediati. Nei Paesi in cui è diminuito l’inquinamento atmosferico legato ai combustibili fossili, il miglioramento della qualità dell’aria ha permesso di evitare, secondo le stime, circa 323mila morti premature ogni anno. Gli investimenti mondiali nelle energie pulite hanno inoltre raggiunto nel 2025 il valore record di 2.100 miliardi di dollari, superando quelli destinati alle fonti fossili. Sono risultati che mostrano come la riduzione delle emissioni possa tradursi anche in un miglioramento della salute pubblica, attraverso un’aria più pulita, ambienti urbani più vivibili e una minore esposizione ai fattori di rischio.
Un ulteriore segnale di preoccupazione arriva dall’impegno politico internazionale. La percentuale di Paesi che hanno affrontato il legame tra salute e cambiamento climatico nei propri interventi al dibattito generale delle Nazioni Unite è scesa dal 66% nel 2021 al 26% nel 2025. Parallelamente, i finanziamenti destinati all’adattamento sanitario nei Paesi in via di sviluppo rimangono insufficienti: a fronte di almeno 3,3 miliardi di dollari di fabbisogno annuo dichiarato da 48 Paesi, nel 2024 sono arrivati soltanto 1,1 miliardi.
Di fronte a questo scenario, gli autori del Lancet Countdown chiedono che il cambiamento climatico venga formalmente riconosciuto come un’emergenza sanitaria globale, attraverso un nuovo strumento dell’Organizzazione mondiale della sanità. La proposta punta a portare la tutela della salute al centro delle decisioni climatiche, dalla riduzione delle emissioni alla prevenzione, fino alla distribuzione delle risorse economiche.
A dieci anni dall’Accordo di Parigi, il rapporto consegna dunque un bilancio preoccupante, ma indica anche una strada concreta. Ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, investire nelle energie rinnovabili, rendere le città più resistenti alle temperature estreme e rafforzare i sistemi sanitari significa intervenire direttamente sulle cause di milioni di morti evitabili.
La crisi climatica è già una crisi sanitaria. E il tempo per affrontarla si misura ormai anche in vite umane.





