Mentre la guerra in Medio Oriente continua a pesare sui mercati energetici e sulle bollette di milioni di famiglie, le grandi compagnie petrolifere si preparano a incassare profitti per oltre 95 miliardi di dollari in appena tre mesi. È quanto emerge da un’analisi della società di investimenti AJ Bell, secondo cui nove dei maggiori produttori di petrolio quotati in Borsa sono sulla strada per chiudere il terzo trimestre del 2026 con guadagni complessivi vicini a quelli del trimestre precedente, quando avevano registrato 96 miliardi di dollari di utili.
In sei mesi, dunque, queste nove aziende potrebbero aver accumulato oltre 191 miliardi di dollari di profitti.
A spingere i risultati è stata soprattutto la crisi energetica provocata dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Il conflitto ha sconvolto le rotte commerciali del petrolio, compromesso le forniture attraverso lo stretto di Hormuz e contribuito a far salire il prezzo del greggio oltre i 126 dollari al barile nei momenti di maggiore tensione.
Le conseguenze economiche si distribuiscono però in modo molto diverso. Le famiglie e le imprese devono affrontare il rincaro dei carburanti e dell’energia, mentre una parte dell’industria petrolifera beneficia dell’aumento dei prezzi e dei margini di raffinazione.
A guidare la classifica dei profitti dovrebbe essere Saudi Aramco, il colosso petrolifero controllato dallo Stato saudita. Secondo le previsioni degli analisti, la società potrebbe registrare un utile netto trimestrale di circa 30 miliardi di dollari, in crescita del 7%.
Anche la britannica BP ha annunciato risultati particolarmente elevati. Nel trimestre concluso a settembre, l’utile operativo rettificato secondo il parametro utilizzato dalla società ha raggiunto 8,46 miliardi di dollari, contro i 2,2 miliardi dello stesso periodo dell’anno precedente. Un risultato quasi quadruplicato, sostenuto soprattutto dall’aumento dei margini nella raffinazione. La guerra ha infatti prodotto un effetto particolarmente redditizio per le raffinerie: la riduzione delle forniture e le difficoltà logistiche hanno aumentato il valore dei prodotti raffinati, consentendo alle aziende di ottenere margini più elevati sulla trasformazione del petrolio in carburanti. Il quadro riapre una questione che riguarda direttamente il futuro energetico e ambientale del pianeta. Secondo il database internazionale Carbon Majors, Saudi Aramco è tra i maggiori responsabili storici delle emissioni associate alla produzione di combustibili fossili. Nelle prime posizioni figurano anche Chevron, ExxonMobil, Shell e BP. Le stesse aziende che hanno contribuito in misura significativa all’accumulo delle emissioni responsabili del riscaldamento globale continuano dunque a generare profitti enormi da un sistema energetico la cui trasformazione è considerata urgente dalla comunità scientifica.
Le organizzazioni ambientaliste chiedono che una parte di questi guadagni straordinari venga destinata alla transizione energetica e alla compensazione dei danni ambientali. Mike Childs, dell’organizzazione Friends of the Earth, ha denunciato il contrasto tra i profitti dell’industria petrolifera e le difficoltà economiche delle famiglie, chiedendo ai governi di accelerare gli investimenti nelle energie rinnovabili, nell’efficienza energetica delle abitazioni e nella riduzione della dipendenza dai combustibili fossili.
La discussione è particolarmente accesa nel Regno Unito, dove il governo sta valutando l’autorizzazione a nuove perforazioni nel giacimento petrolifero di Rosebank, nel Mare del Nord. Secondo gli ambientalisti di Fossil Free London, il settore petrolifero continua a chiedere incentivi e agevolazioni fiscali per sviluppare nuovi giacimenti, nonostante gli utili miliardari. Le compagnie, dal canto loro, sostengono l’importanza di mantenere gli investimenti nella produzione per garantire la sicurezza energetica.
Il problema supera però i confini britannici. Ogni nuova crisi internazionale dimostra quanto un sistema energetico dipendente da petrolio e gas rimanga esposto a guerre, tensioni geopolitiche e oscillazioni dei mercati. La questione centrale è come vengono distribuiti i costi e i benefici di questa dipendenza. I rincari energetici ricadono su cittadini e imprese, i danni climatici producono costi crescenti per le comunità, mentre i profitti straordinari si concentrano nelle società che estraggono e raffinano combustibili fossili. Con oltre 95 miliardi di dollari di utili stimati in un solo trimestre, torna quindi al centro del dibattito la possibilità di tassare gli extraprofitti per finanziare energie rinnovabili, efficienza energetica e interventi a sostegno delle famiglie.





