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È tempo di istituire un Reddito di Cura

beppegrillo.it - Settembre 1, 2026

“Da soli non ce la facciamo”. Sono queste le parole lasciate in una lettera da Luca Abbasciano e Valentina Pambianco prima della tragedia avvenuta a Pietralata ieri, a Roma. Lui aveva 42 anni, lei 41, e la loro figlia Bianca aveva 5 anni, era affetta da una grave disabilità. Sono stati trovati senza vita nella loro abitazione, insieme al cane di famiglia. L’ipotesi degli investigatori è quella di un omicidio-suicidio. Nelle lettere, i genitori avrebbero raccontato la propria disperazione e la paura di lasciare Bianca sola.  Un anno fa, dopo un’altra tragedia familiare avvenuta a Modena, avevamo proposto l’istituzione di un Reddito di Cura. Oggi rilanciamo quella proposta, perché nel frattempo il problema è rimasto purtroppo dove si trovava, sulle spalle delle famiglie.

In Italia oltre 3 milioni di persone convivono con limitazioni gravi nelle attività quotidiane. Intorno a loro esiste un esercito quasi invisibile di familiari che garantisce ogni giorno quella cura che il sistema pubblico riesce a offrire soltanto in parte. I dati parlano di più di 7 milioni di persone impegnate, con intensità diverse, nell’assistenza di un proprio caro, e la maggioranza sono donne. A questi numeri aggiungiamo le demenze, che oggi riguardano circa 1,4 milioni di italiani e potrebbero superare i 2,2 milioni entro il 2050 (circa 600.000 persone convivono con l’Alzheimer). Letti così sembrano semplici numeri ma dietro ogni cifra, però, c’è una famiglia la cui vita viene lentamente riscritta dalla malattia.

L’indennità di accompagnamento nel 2026 ammonta a 551,53 euro mensili. Viene riconosciuta alla persona con invalidità totale che non riesce a camminare autonomamente o a compiere gli atti quotidiani senza assistenza. È una prestazione necessaria, ma appartiene alla persona assistita e viene assorbita facilmente dai costi della malattia. In molte città quella cifra copre appena una parte del costo di una badante regolarmente assunta. Al caregiver, invece, può restare poco o nulla. L’assistenza prolungata può compromettere il lavoro e l’autonomia economica, con conseguenze che continuano anche quando il periodo di cura è terminato. Esistono permessi e congedi per alcune categorie di lavoratori, oltre a fondi distribuiti attraverso le Regioni e interventi legati all’ISEE. L’accesso, però, cambia a seconda del territorio, della condizione lavorativa e dei criteri stabiliti dai singoli bandi. Famiglie che vivono situazioni simili possono ricevere risposte completamente diverse soltanto perché risiedono in regioni differenti. Nel 2024 il Fondo per il sostegno del ruolo di cura e assistenza del caregiver familiare disponeva di 25,8 milioni di euro.  Anche le nuove proposte parlano di contributi fino a 400 euro al mese, ma prevedono condizioni molto rigide. In pratica, per essere riconosciuto dallo Stato, un caregiver dovrebbe prima trovarsi quasi privo di reddito, e anche allora riceverebbe una somma incapace di compensare ciò che ha perso.

Perché quindi non immaginiamo di realizzare un “Reddito di Cura” per i Caregiver?

Un sostegno stabile, un reddito vero, garantito, a chi assiste ogni giorno un familiare gravemente disabile o affetto da malattie neurodegenerative. Un reddito indipendente dall’ISEE, una sorta di reddito universale, sufficiente a permettere a chi cura, di vivere senza essere schiacciato anche dal bisogno economico.

La questione dell’ISEE va affrontata con serietà, un Reddito di Cura universale avrebbe un costo rilevante e richiederebbe regole trasparenti, capaci di valutare il peso reale dell’assistenza prestata. Ma il principio dovrebbe essere chiaro, la cura ha un valore sociale anche quando si svolge dentro una casa e senza un contratto. Se quel lavoro scomparisse domani, il sistema sanitario e assistenziale italiano non sarebbe in grado di sostituirlo. Le famiglie stanno già tenendo in piedi una parte enorme del welfare nazionale, lo fanno gratuitamente e spesso pagando di tasca propria. Il Reddito di Cura, però, da solo non basterebbe, un assegno può alleggerire il peso economico, ma non può sostituire una rete pubblica capace di seguire davvero la persona malata e la sua famiglia. Molte famiglie sono già seguite dagli assistenti sociali, che svolgono un lavoro prezioso, spesso con risorse limitate e troppi casi da gestire. Se lo Stato consegnasse del denaro lasciando tutto il resto sulle spalle dei parenti, finirebbe per trasformare il caregiver in un assistente a tempo pieno ancora più solo.

Nell’aprile del 2025, a Modena, un uomo di 83 anni uccise la moglie, affetta da demenza, e il figlio con autismo, poi si tolse la vita. Anche lui aveva ricevuto una diagnosi iniziale di Alzheimer. Una tragedia familiare ha sempre cause complesse e nessun sostegno economico permette, da solo, di spiegare o prevenire ogni gesto estremo. Vicende come questa di Pietralata e quella di Modena, però, ci obbligano a guardare ciò che accade dentro case nelle quali la malattia e l’isolamento finiscono per schiacciare le stesse persone. Non possiamo accorgerci dei caregiver soltanto quando crollano, dobbiamo riconoscerli mentre stanno ancora sostenendo il peso della cura, prima che la stanchezza diventi disperazione. Un Paese si giudica anche da questo, dal valore che attribuisce al tempo e alla vita di chi si prende cura delle persone più fragili.

Se uno Stato abbandona i più deboli e chi li assiste, rinnega la sua missione più importante.

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