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La bandiera bianca più grande del mondo sventola per la pace

beppegrillo.it - Agosto 30, 2026

Una distesa di tessuto bianco, grande quanto due campi da tennis, si alza nel cielo di Zurigo e cambia forma a ogni folata di vento. Misura 22,22 metri per 14, supera i 311 metri quadrati e pesa circa 35 chili. Per sollevarla serve una gru, si intitola White Flag ed è l’opera dell’artista spagnolo Fernando Sánchez Castillo, presentata il 29 e 30 agosto al Landiwiese, nell’ambito del grande festival Zürcher Theater Spektakel.

Dal 1980, ogni anno, il grande prato affacciato sul lago di Zurigo ospita per diciotto giorni a fine agosto uno dei principali festival europei dedicati alle arti performative contemporanee. Il Theater Spektakel trasforma il Landiwiese in un vero e proprio villaggio dello spettacolo, esteso su un’area paragonabile a diversi campi da calcio, con teatri temporanei, palchi all’aperto, installazioni e spazi pubblici. Gran parte degli appuntamenti organizzati all’esterno è accessibile gratuitamente. È in questo luogo aperto, attraversato ogni giorno da migliaia di persone, che la bandiera bianca più grande del mondo è stata innalzata come un appello collettivo alla pace.

Il Centro Botín di Santander, che ha acquisito il lavoro nel 2024, la descrive come la più grande bandiera bianca mai realizzata. Con i suoi 22,22 metri di lunghezza, la bandiera di Sánchez Castillo supera volutamente, di appena 22 centimetri, la gigantesca bandiera nazionale spagnola di 22 metri che sventola in Plaza de Colón, a Madrid; anche la fabbrica che ha realizzato i due vessilli è la stessa, e questo dettaglio è fondamentale; l’artista prende uno dei simboli più imponenti dell’identità nazionale spagnola, lo supera di un palmo e gli sottrae colori, stemmi, confini e appartenenza; rimane così una superficie bianca immensa, aperta a significati diversi. Interpretarla soltanto come una resa sarebbe riduttivo, può rappresentare una tregua, la sospensione delle ostilità, la pace, la neutralità, ma anche un foglio bianco sul quale ricominciare, è proprio in questa ambiguità che si trova la forza dell’opera. Un’opera, concepita nel 2015 con il titolo Coreografía 01, che ha impiegato anni per trovare le condizioni necessarie alla sua esposizione nel vento. Il telo si gonfia, si tende, collassa e si ripiega. La sua forma cambia continuamente e il cielo sopra la Landiwiese diventa, nelle parole del festival, uno “spazio di risonanza politica”.

“Volevo invitare la società civile a mobilitarsi per la pace”, ha spiegato Sánchez Castillo in un’intervista a El País. Il suo appello arriva mentre, secondo le stime del Comitato internazionale della Croce Rossa, nel mondo sono attivi oltre 120 conflitti armati. Alcuni occupano quotidianamente le prime pagine, dalla guerra nella Striscia di Gaza all’invasione russa dell’Ucraina. Altri ricevono un’attenzione più intermittente, come quelli in Sudan, Myanmar, Repubblica Democratica del Congo, Yemen e nelle regioni del Sahel. Milioni di persone vivono sotto bombardamenti, assedi, occupazioni militari o combattimenti che durano da anni.

In un mondo nel quale le bandiere vengono spesso esibite per segnare l’appartenenza e alimentare la contrapposizione, l’artista ne immagina una priva di nazionalità, una bandiera che potrebbe appartenere a chiunque. Il bianco porta con sé un’ambiguità antica, può indicare la resa, ma nel diritto internazionale umanitario il suo significato principale è la richiesta di comunicare con l’avversario, sospendere le ostilità e avviare un negoziato. Già il Regolamento dell’Aia del 1907 definiva parlementaire la persona autorizzata da una delle parti in conflitto a presentarsi al nemico portando una bandiera bianca, garantendole la inviolabilità. Anche il Comitato internazionale della Croce Rossa riconosce questo principio come una norma consuetudinaria applicabile ai conflitti armati. La scelta di presentare l’opera per la prima volta proprio in Svizzera acquista così un significato particolare, è il Paese della neutralità, delle Convenzioni di Ginevra e di una lunga tradizione diplomatica.

Fernando Sánchez Castillo, nato a Madrid nel 1970, lavora da anni sul rapporto tra potere, propaganda, monumenti e memoria; le sue opere sono presenti nelle collezioni del Centre Pompidou, del Museo Reina Sofía e del MUDAM del Lussemburgo. Il Reina Sofía gli dedica attualmente la mostra La Perla Peregrina, aperta fino all’8 marzo 2027, con circa duecento lavori. Uno dei più conosciuti è Síndrome de Guernica, realizzato nel 2012 con i resti dell’Azor, lo yacht personale di Francisco Franco. Sánchez Castillo acquistò l’imbarcazione e la fece ridurre a un enorme parallelepipedo metallico, trasformando un cimelio del dittatore in una massa muta e irriconoscibile. In Tank Man ha invece reso monumentale la figura dell’uomo rimasto anonimo che il 5 giugno 1989 si fermò davanti a una colonna di carri armati in piazza Tiananmen. Al posto del generale a cavallo o del capo militare, l’artista colloca sul piedistallo un individuo inerme che resiste al potere. La bandiera bianca ritorna anche nel lavoro dedicato a Tomiko Higa, la bambina di sette anni sopravvissuta alla battaglia di Okinawa del 1945. Separata dalla famiglia durante i combattimenti, vagò da sola prima di presentarsi ai soldati americani con un pezzo di stoffa bianca. La sua fotografia divenne una delle immagini simbolo della sofferenza dei civili nella guerra del Pacifico. Sánchez Castillo ne ha realizzato migliaia di piccole figure e, nel 2023, una scultura in bronzo. In quel gesto la bandiera bianca smette di appartenere ai generali che firmano le capitolazioni e diventa il segnale elementare di una bambina che chiede di continuare a vivere.

Oggi quel pezzo di stoffa sembra essersi ingrandito fino a occupare il cielo di Zurigo. Sotto la bandiera passano gli spettatori del festival, mentre a migliaia di chilometri di distanza le guerre devastano vite e territori. Fragile e gigantesca, la bandiera bianca rivolge ai governi un semplice appello: mobilitatevi per la pace!

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