La solitudine è diventata un fatto sociale di massa, con effetti misurabili sulla salute, sulla qualità della vita e sulla tenuta delle comunità. A lanciare l’allarme, è uno studio pubblicato su JAMA Network Open che aggiunge un elemento decisivo al dibattito. “Il fattore con l’impatto più pesante va oltre il semplice isolamento oggettivo, cioè il numero dei contatti o delle relazioni presenti nella vita di una persona: a incidere in profondità è soprattutto la solitudine percepita, il sentirsi soli anche quando intorno esiste una rete formale di conoscenze, contatti, legami familiari o sociali.”
Lo studio ha seguito 7.845 persone di almeno 50 anni in Inghilterra per una media di 13,6 anni e ha rilevato che la cosiddetta “asimmetria sociale”, cioè la distanza tra relazioni reali e senso soggettivo di solitudine, è associata a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari e di mortalità complessiva. Il dato più forte riguarda proprio chi si sente più solo di quanto la sua vita sociale farebbe pensare. È un passaggio importante, perché sposta il tema fuori dalla dimensione privata e lo riporta dentro una cornice pubblica, sanitaria e politica. Il quadro globale conferma che non si tratta di un disagio marginale; l’Organizzazione mondiale della sanità parla apertamente di crisi di salute pubblica e stima che la solitudine sia collegata a oltre 871 mila morti l’anno, circa 100 ogni ora. Secondo la Commissione OMS sulla connessione sociale, 1 persona su 6 nel mondo vive una condizione di solitudine, con effetti che toccano la salute fisica, la salute mentale e l’aspettativa di vita. La stessa OMS colloca la mancanza di connessioni sociali tra i fattori che aumentano il rischio di morte precoce, con un impatto comparabile a quello di altri grandi determinanti di salute.
Anche l’Europa mostra un indebolimento del legame sociale. L’indagine EU Loneliness Survey del Joint Research Centre della Commissione europea rileva che il 13% degli intervistati si è sentito solo per la maggior parte del tempo o sempre nelle quattro settimane precedenti alla rilevazione, mentre il 35% dichiara di aver provato solitudine almeno qualche volta nello stesso periodo; significa che il problema investe fasce larghe della popolazione e attraversa età, territori e condizioni economiche differenti.
In Italia la trasformazione è visibile nella composizione stessa della società. Istat segnala che nel biennio 2024-2025 le famiglie sono arrivate a 26,6 milioni e che la famiglia unipersonale è ormai la forma più diffusa. La crescita delle persone che vivono sole è uno dei tratti strutturali del Paese: questo dato, preso da solo, non basta a descrivere una condizione di disagio, perché vivere da soli può essere una scelta piena e consapevole. Il problema emerge quando l’aumento delle famiglie unipersonali si accompagna a un indebolimento delle reti di sostegno, a spazi pubblici impoveriti, a tempi di vita frammentati e a una riduzione delle occasioni di relazione stabile. Sempre secondo Istat, nel 2024 l’82,1% delle persone di 14 anni e più dichiara di poter contare su parenti non conviventi, amici o vicini, in calo rispetto all’83,9% del 2023. Tra gli over 75 la quota scende al 73,1%. Nello stesso tempo quasi 3 persone su 10 partecipano ad associazioni, gruppi culturali, civici, religiosi o sportivi, con una ripresa rispetto agli anni precedenti che però non basta ancora a ricostruire una trama relazionale robusta e diffusa. Le reti ci sono, ma risultano più fragili, più intermittenti e meno capaci di reggere da sole l’urto dell’invecchiamento, della precarietà e della vita urbana.
Dentro questa dinamica la tecnologia occupa un posto centrale: i social network tengono insieme persone lontane, offrono scambio, accesso, visibilità, comunità tematiche; allo stesso tempo, quando sostituiscono il rapporto umano invece di affiancarlo, possono accentuare il senso di distanza. Un lavoro del Joint Research Centre sui giovani europei mostra che l’uso passivo dei social, quello fatto di scroll continuo e fruizione senza interazione significativa, è associato a livelli più alti di solitudine. Per questo la risposta non può fermarsi all’ambulatorio o alla terapia individuale, la stessa OMS insiste sull’idea di rafforzare l’infrastruttura sociale, cioè quei luoghi e quei servizi che rendono possibile l’incontro quotidiano tra persone, parchi, biblioteche, centri civici, trasporti pubblici, spazi di quartiere, attività culturali, sport di comunità, volontariato, gruppi di cammino, reti di prossimità. In questa direzione si colloca anche la prescrizione sociale, un approccio che affianca agli strumenti sanitari il rinvio verso attività collettive e relazioni di supporto. La salute si costruisce anche fuori dagli ospedali, dentro le città e dentro la qualità dei legami.
Un esempio da segnalare è quello del Regno Unito, che ha già portato questo tema dentro le istituzioni con la delega a “Solitudine e Connessione sociale” nelle competenze del Ministro dello Sport, del Turismo, della Società Civile e della Gioventù, attualmente affidato a Stephanie Peacock. È un segnale politico davvero importante, perchè la solitudine viene trattata come una questione pubblica che riguarda welfare, prevenzione, comunità e salute.
La solitudine di massa è un segnale su come si sta trasformando la nostra società, aumentano le case abitate da una sola persona, aumentano i prodotti al supermercato per chi mangia da solo a casa, cresce il tempo passato davanti agli schermi, si allungano i tempi di lavoro, si accorcia il tempo della relazione…sentirsi soli diventa una condizione sempre più normale. E quando un’intera società comincia a produrre solitudine come serie di netflix, il problema diventa una questione politica, di salute pubblica, di politiche sociali, di organizzazione urbana, e anche di qualità della democrazia, perchè servono spazi comuni, reti territoriali, luoghi condivisi, tempo condiviso, e politiche che riportino la relazione umana al centro.





