Negli ultimi giorni il The Guardian ha pubblicato una riflessione dello scrittore ed economista John Lanchester su una domanda che circola sempre più spesso nelle società occidentali. I baby boomer hanno davvero “mangiato tutte le torte lasciando ai giovani solo le briciole?”
Il dibattito sulla frattura tra generazioni è diventato quasi un luogo comune. Millennials e generazione Z accusano i boomers di aver accumulato ricchezza, case e pensioni mentre ai giovani restano salari stagnanti, affitti impossibili e prospettive più fragili. Lanchester invita a guardare la questione con più attenzione perché la realtà è meno semplice di come viene raccontata.
Ogni generazione vive in condizioni storiche completamente diverse. I genitori dell’autore, nati negli anni Venti, sono cresciuti senza acqua corrente ed elettricità. La generazione successiva ha vissuto la paura della guerra nucleare durante la guerra fredda. Oggi i ventenni si confrontano con altre paure, dalla crisi climatica alla precarietà economica. Ridurre tutto a una rivalità tra generazioni significa ignorare questa complessità.
C’è anche un elemento culturale. Le differenze di valori tra giovani e adulti oggi sono molto meno radicali di quelle che separavano le generazioni nel dopoguerra. Vestiti, musica, abitudini e consumi sono spesso condivisi. Molte conquiste sui diritti civili, dal riconoscimento delle minoranze ai diritti delle donne e delle persone LGBT, sono state ottenute proprio nelle decadi in cui i baby boomer erano protagonisti della vita politica e culturale.
Allo stesso tempo Lanchester riconosce che esiste un problema reale di equità economica tra generazioni. Uno dei punti più evidenti riguarda il funzionamento dello stato sociale. Secondo i dati citati dall’Office for Budget Responsibility le generazioni future contribuiranno allo stato molto più di quanto abbiano fatto quelle precedenti. Il sistema pensionistico funziona con il principio per cui i lavoratori di oggi pagano le pensioni di oggi, trasferendo parte dei costi alle generazioni che verranno. Il secondo elemento è il mercato immobiliare. Alla fine degli anni Novanta il prezzo medio di una casa in Inghilterra era circa quattro volte il reddito annuale. Oggi è quasi otto volte e nelle grandi città arriva a dodici. In altre parole ciò che negli anni Ottanta era accessibile a un giovane con un lavoro normale è diventato sempre più un privilegio per pochi.
Anche le politiche economiche degli ultimi decenni hanno contribuito ad ampliare il divario. Dopo la crisi finanziaria del 2008 le banche centrali hanno immesso enormi quantità di liquidità nel sistema. Questo ha fatto crescere soprattutto il valore degli asset finanziari e immobiliari. Chi possedeva già patrimonio ha visto aumentare la propria ricchezza, mentre chi non possedeva nulla è rimasto indietro.
C’è poi un aspetto politico; nel referendum sulla Brexit referendum il voto favorevole all’uscita dall’Unione Europea è stato sostenuto in larga parte dagli elettori più anziani, mentre i giovani hanno votato prevalentemente per restare. Lanchester osserva che questa dinamica ha fatto sì che una scelta con forti conseguenze economiche per il futuro sia stata determinata soprattutto da chi ne subirà meno gli effetti nel lungo periodo.
Anche durante la pandemia i giovani hanno sostenuto una parte importante dei sacrifici sociali per proteggere le fasce più vulnerabili della popolazione, spesso senza che questo aprisse un vero dibattito su come riequilibrare il patto tra generazioni.
Il quadro però non si ferma qui: nei prossimi decenni avverrà quello che molti economisti definiscono il più grande trasferimento di ricchezza della storia recente. Secondo alcune stime citate dall’Imperial College Business School nel Regno Unito il passaggio di patrimoni tra genitori e figli potrebbe superare i quattromila miliardi di sterline. Questo trasferimento cambierà la natura della disuguaglianza. Il divario non sarà più soltanto tra generazioni diverse ma sempre più all’interno della stessa generazione. Alcuni erediteranno case e patrimoni accumulati negli anni della crescita immobiliare. Altri non riceveranno nulla. Due persone della stessa età, con la stessa istruzione e lo stesso lavoro, potranno trovarsi improvvisamente in condizioni economiche completamente diverse.
Alla fine il vero nodo generazionale potrebbe essere un altro. Il cambiamento climatico rischia di consegnare alle nuove generazioni un pianeta profondamente diverso da quello in cui vivono oggi gli adulti. Se esiste una questione generazionale radicale riguarda proprio questo. Non solo chi paga le pensioni o chi possiede le case, ma quale mondo lasceremo a chi verrà dopo.
Il punto centrale, scrive Lanchester, è che le nostre istituzioni continuano a comportarsi come se il passato e lo status quo fossero più importanti del futuro. In realtà il futuro pesa più del passato. E il contratto sociale tra generazioni dovrebbe partire proprio da questa semplice verità.





