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Smoke rises after Israeli air strikes over Ansar Government Complex building in Gaza. (AA)

di Torquato Cardilli – Chi abbia studiato un po’ di storia (cosa rara nei politici di oggi) sa che a cavallo dei secoli XIV e XV si svolse in Europa la guerra dei cent’anni tra l’Inghilterra, paese aggressore, e la Francia, paese invaso. Fiammate più o meno lunghe di ostilità, con episodi di ferocia, si alternarono a brevi periodi di pace effimera, fragile quanto la resistenza dei sigilli di ceralacca dei trattati che l’avevano conclusa.

Dopo un primo periodo di circa settant’anni la Francia passò alla riscossa, grazie a Giovanna d’Arco, audace nell’organizzazione della resistenza per cacciare gli inglesi dal suolo francese e principale artefice della riconquista di Orléans e poi di Reims ove Carlo VII di Valois fu incoronato re di Francia.

C’è un’altra guerra dei cent’anni, questa volta in Medio Oriente, che si sta sviluppando a cavallo dei secoli XX e XXI, iniziata 75 anni fa, di cui la recente battaglia di Gaza tra palestinesi e israeliani non è che il più recente, ma non ultimo drammatico episodio.

A metà maggio 1948 il mondo intero, con la coscienza sporca per non essersi opposto in tempo allo sterminio degli ebrei attuato con bestiale ferocia dai nazisti,  tirò un sospiro di sollievo. Ma da allora il vulcano del Medio Oriente non ha fatto che eruttare guerre, morti e distruzioni.

Bisogna necessariamente esaminare, seppure a vol d’uccello, i duemila anni di storia della Palestina per capire come si sia arrivati agli scontri di oggi.

La Palestina, grande quanto la Sicilia, crogiolo di tribù di varie denominazioni (cananei, filistei, nabatei, seleucidi) dalla vittoria di Tito che nel 70 d.C. distrusse il tempio di Gerusalemme – come ci ricorda il suo arco a Roma – e che pose le basi per la diaspora degli ebrei, rimase per sei secoli, sotto il dominio assoluto dell’impero romano d’occidente prima e poi di quello d’oriente. Nel 638 la Palestina, con una maggioranza di arabi ed un’esigua minoranza di ebrei superstiti, davvero insignificante, fu strappata al dominio cristiano bizantino dal Califfo arabo Omar. Da allora il paese restò totalmente arabo, nonostante le crociate dei monarchi europei e del papato, iniziate con la velleità di liberare il santo sepolcro ma di fatto motivate dal desiderio di creare regni effimeri da distribuire a vari principi cadetti.

Solo nel 1500 la Palestina fu incorporata nel sultanato ottomano e vi restò fino alla fine della prima guerra mondiale.

A fine ‘800 nacque il movimento sionista, organizzazione politica che aspirava a riunificare tutti gli ebrei sparsi nel mondo, sopravvissuti alle persecuzioni antisemite operate dai cristiani, dalla Spagna e Portogallo, dalla Polonia e Russia. Tale obiettivo fu incoraggiato dal Governo di inglese che, con la dichiarazione Balfour del 1917, espresse l’assenso alla creazione, a guerra mondiale finita, di un focolare ebraico in Palestina.

L’obiettivo politico inglese non era certo quello di creare uno stato ebraico, ma di mostrare gratitudine verso la lobby ebraica americana per aver convinto gli Stati Uniti ad entrare in guerra a fianco dell’Inghilterra e potere continuare a servirsi del supporto dei servizi dei circoli finanziari ebrei per sconfiggere l’impero ottomano, alleato degli imperi centrali.

Però, nel 1915-16, ancor prima della dichiarazione Balfour,  l’Inghilterra aveva concluso le intese segrete MacMahon-Hussein, con le quali fu stabilito che a conflitto terminato, il mondo arabo (Palestina, Siria, Libano, Iraq) liberato dal giogo ottomano avrebbe avuto la sua indipendenza, a patto che si sollevasse in guerra aperta contro l’impero ottomano.

Lo sceriffo della Mecca Hussein fu convinto a gettarsi nell’impresa dal colonnello dell’intelligence Lawrence d’Arabia che, con un’audace campagna militare sconfisse le varie guarnigioni turche e conquistò Aqaba assicurando la definitiva protezione del Canale di Suez.

Contemporaneamente si svolse la trattativa segreta Sykes-Picot, con la quale l’Inghilterra e la Francia concordarono di spartirsi, in un’ottica puramente coloniale, le spoglie dell’impero ottomano: l’Inghilterra avrebbe avuto il pieno controllo della Palestina fino al Sinai compreso il canale di Suez, mentre la Francia sarebbe diventata padrona della Siria e del Libano.

Questa trattativa segreta fu rivelata agli arabi inconsapevoli, solo dopo che la Russia rivoluzionaria, divenuta Unione Sovietica, si era ritirata dal conflitto mondiale ed aveva cominciato a scoperchiare i segreti militari e politici custoditi negli archivi zaristi.

La pace di Versailles del 1919 cristallizzò la spartizione anglo-francese. Mentre gli arabi si sentirono traditi, l’Agenzia ebraica internazionale incominciò a promuovere una consistente emigrazione verso la Palestina di ebrei dalla Russia, Polonia, Germania, Francia, Belgio, Olanda.

Nei primi anni ’40 il Congresso sionista mondiale, decise che la Palestina dovesse essere trasformata in uno stato ebraico ed ottenne l’unanime consenso dei partiti democratico e repubblicano americano. Anche Londra appoggiò l’iniziativa e autorizzò l’immigrazione ebraica in Palestina.

Allo scoppio della II guerra mondiale l’imperialismo occidentale fu ancora una volta protagonista di un tradimento politico ai danni degli arabi. Gli Alleati chiesero loro di opporsi all’occupazione da parte delle forze dell’Asse del canale di Suez, vitale per i rifornimenti necessari per l’Inghilterra provenienti dalle provincie dell’impero, mentre agli Ebrei (che avevano tutti una cultura occidentale con conoscenza di almeno una lingua europea o slava) di arruolarsi per condurre vere e proprie operazioni militari sul terreno.

Gli inglesi inserirono nel loro schieramento nei vari teatri di guerra (Grecia, Francia, Italia),  un corpo militare ausiliario, denominato legione ebraica, riconoscendogli l’uso di una bandiera con la stella di Davide, che diventerà poi la bandiera ufficiale di Israele.

A guerra ultimata gli arabi di Palestina e gli ebrei di nuova immigrazione reclamavano la sovranità sul paese: i primi vantavano una presenza nel paese da 1400 anni, mentre i secondi fondavano la loro rivendicazioni sui legami biblici, anche se il loro progenitore Abramo era un immigrato dalla Mesopotamia.

L’afflusso di profughi ebrei in Palestina assunse nell’immediato dopoguerra enormi proporzioni: a fronte di 1 milione e 400 mila arabi residenti, gli ebrei che a inizio del secolo erano solo il 5% della popolazione, arrivarono a contare 700 mila persone di cui 300 mila dall’Urss e satelliti. Gli arabi cominciarono ogni forma di protesta contro il mandato britannico, temendo di essere derubati del proprio paese e gli ebrei risposero con estrema durezza, incendiando le case dei palestinesi ed espellendoli con la forza.

Nel tentativo di placare le proteste e i sabotaggi, fu un continuo succedersi di Commissioni internazionali e di Comitati di indagine, con il compito di individuare una soluzione di pacificazione tra i due campi avversi. Tutte queste Commissioni, nella convinzione che fosse un dovere internazionale concedere a un popolo che era stato minacciato di annientamento, come riparazione per le crudeltà subite un rifugio, convennero che la sola soluzione possibile era la mera spartizione del paese in due stati: uno arabo e l’altro ebraico.

L’ONU, grazie anche al deciso appoggio dell’Urss, decretò il 29 novembre 1947 con la risoluzione 181 la spartizione della Palestina in 7 province 3 per gli ebrei, 3 per gli arabi ed 1 neutra ed internazionale di Gerusalemme, città sacra alle tre religioni monoteiste, da attuarsi entro due anni.

La spartizione attribuiva agli ebrei, che erano un terzo degli abitanti della Palestina, il 56% del territorio, mentre agli arabi che erano la stragrande maggioranza solo il 43%. Significava che la creazione dello stato ebraico avveniva a danno dei palestinesi che pur non avendo nessuna colpa delle sofferenze patite dagli ebrei, venivano condannati a pagarne il prezzo.

Da allora è stato un susseguirsi di guerre inutili, di lutti e dolori immensi di cui ancora una volta hanno fatto le spese gli incolpevoli palestinesi.

Disordini e sabotaggi, azioni di puro terrorismo da parte di organizzazioni paramilitari ebraiche contro gli arabi e di aggressioni arabe contro i singoli coloni ebrei fecero capire al Governo inglese che era arrivato il momento di tirarsi fuori da quel ginepraio, creato dalla sua politica imperialista del “divide et impera”. Londra comunicò all’ONU che si sarebbe ritirata definitivamente dalla Palestina, il 15 maggio 1948, un anno prima del previsto.

Gli ebrei non aspettavano altro e proclamarono immediatamente, nella zona a loro assegnata, la creazione dello Stato di Israele, riconosciuto dagli Stati Uniti in appena due ore, e subito dopo dall’Urss, mentre gli arabi considerando Israele un usurpatore da ricacciare in mare respinsero la decisione dell’Onu, adottata con un solo voto di scarto e con la contrarietà di tutti gli stati del Medio Oriente e dell’Asia.

Gli eserciti di Egitto, Transgiordania, Siria e Iraq, composti da soldati raccogliticci ed analfabeti, con armamenti antiquati, varcarono i rispettivi confini pensando che fosse una semplice scorreria di predoni del deserto. Invece furono sconfitti ed umiliati dagli israeliani che potevano contare su ufficiali di cultura superiore, su soldati addestrati, su armamenti moderni, forniti dagli Stati Uniti che intendevano svuotare i loro arsenali e dall’Urss, nonché sull’appoggio politico di tutti i paesi occidentali, ancora con il rimorso di coscienza per aver assistito senza reagire allo sterminio nazista.

Con l’armistizio imposto dall’ONU nel 1949 Israele stabilì i propri confini laddove erano arrivati i suoi soldati, cioè ben al di là (15% in più) della linea spartitoria della Palestina stabilita due anni prima e nel chiedere l’ammissione all’ONU si impegnò a rispettare la risoluzione 181 che appunto prevedeva uno statuto speciale per Gerusalemme. Ma a ammissione ottenuta rifiutò di adempiervi con varie motivazioni e pretesti.

Da quel momento gli arabi palestinesi sprofondarono in un gorgo di estrema frustrazione, per gli stenti, l’umiliazione, il dolore di aver abbandonato le loro case e terre, la miseria di una vita nei campi profughi nei paesi arabi vicini, acuita dal tradimento da parte dei governi del Cairo e di Amman. L’Egitto e la Transgiordania, anziché costituire, seppure con un governo provvisorio, uno Stato arabo di Palestina così come previsto dall’ONU, senza alcuna giustificazione giuridica procedettero il primo all’annessione della striscia di Gaza e la seconda all’annessione della Cisgiordania proclamando il regno di Giordania.

Un popolo pacifico come era stato fino ad allora, diventò un popolo di senza terra, vessato da Israele e strumentalizzato dai governanti arabi, dal Marocco all’Iraq, la cui retorica guerrafondaia serviva solo a giustificare il loro potere con la scusa della difesa dell’orgoglio nazionale panarabo.

Se Ben Gurion passò alla storia di Israele come il fondatore dello Stato, l’egiziano Nasser pretese di rappresentare l’intera nazione araba. Non potendo però condurre nessuna operazione militare di liberazione della Palestina per la manifesta inferiorità rispetto ad Israele, volle prendersi una rivincita politica contro l’imperialismo occidentale e nel 1956 nazionalizzò il canale di Suez.

Francia e Gran Bretagna non ebbero esitazione nell’invadere l’Egitto. Il governo di Tel Aviv, senza un plausibile motivo di autodifesa, si gettò nella mischia invadendo l’intero Sinai con l’obiettivo di espansione territoriale nell’ambizione, mai sopita, della creazione del grande Israele.

Anche in questo caso l’esercito egiziano subì una umiliante sconfitta trasformata però politicamente in vittoria grazie alla minaccia dell’URSS di uso della bomba atomica se non fosse stata fermata l’aggressione. Gli Stati Uniti allora obbligarono Francia e Inghilterra al ritiro, mentre a Israele in cambio della restituzione agli egiziani del Sinai veniva garantita protezione militare.

Gli invasori europei tornarono a casa, ma Israele pur restituendo il Sinai si impossessò ancora di un decimo del territorio palestinese riservato agli arabi.

Egitto, Giordania e Siria, sempre più frustrati ed insofferenti per la continuazione dell’occupazione di terre arabe da parte di Israele, si legarono in un patto militare con l’intenzione di riprendere con le armi il territorio che era stato sottratto ai palestinesi.

Mentre Giordania e Siria proclamavano la mobilitazione, l’Egitto impose il blocco navale al golfo di Aqaba con l’intenzione di strangolare l’economia marittima di Israele del porto di Eilat.

Di fronte a questi eventi il governo di Tel Aviv si convinse che il rullo dei tamburi di guerra fosse sempre più vicino e anziché attendere l’attacco arabo, da probabile aggredito divenne aggressore e decise di cogliere di sorpresa i suoi nemici. All’alba del 6 giugno 1967 attaccò gli aeroporti militari di Egitto e Siria, distruggendo al suolo l’intera forza aerea nemica. Quindi le fanterie arabe dislocate nel Sinai, in Cisgiordania e nelle alture del Golan siriano, prive di ogni copertura aerea, furono facile obiettivo di pesanti attacchi dall’aria e da terra.

Quando al sesto giorno di guerra gli arabi erano stati sconfitti su tutti i fronti ed avevano perduto quasi 100 mila prigionieri, il CdS dell’ONU impose il cessate il fuoco.

L’Egitto era stato privato dell’intera penisola del Sinai, la Giordania aveva perso tutta la Cisgiordania compresa metà Gerusalemme, e la Siria le alture del Golan. Israele si era territorialmente espanso su una superficie più del doppio di quella decretata dalle Nazioni nel 1947.

Le grandi potenze non si sono mai stancate di declamare ai quattro venti di ambire a garantire la pace nel mondo, ma ciascuna di esse ha inteso questo obiettivo alle proprie condizioni, voltando la testa dall’altra parte quando punire un paese alleato, responsabile di un sopruso internazionale sarebbe costato in termini politici, economici e sociali, di più del disonore di far finta di non vedere.

Dopo cinque mesi dalla guerra, a novembre 1967 l’ONU varò la famosa risoluzione 242 che vietava l’ingrandimento territoriale con la forza, imponeva di passare dall’armistizio a veri negoziati di pace ed il ritiro di Israele dai territori occupati entro i confini provvisori del 1956.

Israele forte del rifiuto arabo di ogni negoziato, pur professando l’intenzione del ritiro, instaurò nei territori conquistati un regime militare di segregazione e discriminazione verso gli arabi rimasti e con un atto unilaterale decretò l’annessione e la proclamazione di Gerusalemme come sua eterna capitale senza tener conto di quanto stabilito dall’ONU che considerava questo atto illegale e senza valore giuridico.

Subito dopo il 1967 Israele iniziò un vasto programma di occupazione di terre palestinesi, di demolizione di interi villaggi, di confisca delle proprietà e di espulsione di circa 200 mila palestinesi, di cui molti erano già rifugiati dopo la guerra del 1948. Tutto questo per costruirvi illegalmente insediamenti di coloni provenienti dall’estero.

Nel 1968 fu istituito un Comitato Speciale delle Nazioni Unite con il compito di indagare sulle violazioni del diritto internazionale a danno dei palestinesi, ma Israele si oppose a partecipare alle riunioni del Comitato e addirittura a consentirne l’ingresso.

Nell’ottobre 1973 il nuovo presidente egiziano Sadat, succeduto a Nasser, espulse dal paese i consiglieri militari sovietici come mossa di rassicurazione verso Israele ed invece nel giorno del Kippur, per vendicare l’onta delle sconfitte precedenti, attaccò le difese ebraiche superando il canale di Suez e dilagando nel Sinai.

Ancora una volta gli Stati Uniti accorsero in aiuto di Israele fermando l’avanzata egiziana.

Seguirono le varie tappe dei negoziati a Camp David a Stoccolma a Lisbona, ma l’assassinio dei due fautori della pace il presidente egiziano Sadat e il primo ministro israeliano Rabin, praticamente bloccò ogni reale progresso, anche se gli arabi si erano rassegnati a considerare la rivendicazione di uno stato palestinese non più nei confini del 1947 o del 1956, ma in quelli più ridotti del cessate il fuoco del 1967. Tuttavia Israele non fece alcun gesto significativo verso la creazione di uno stato arabo in Palestina, che continua ancor oggi ad essere occupata.

Smentendo nei fatti ogni pacifismo di maniera, Israele ha sempre reagito con estrema durezza ai velleitari ed inutili lanci di razzi degli estremisti di Hamas o degli Hezbollah seppellendo nei crateri delle bombe tanti innocenti e tante speranze.

Così a tre quarti di secolo dalla conclusione del secondo conflitto mondiale assistiamo ancora al ripetersi di un altro episodio della guerra dei cent’anni in cui un popolo tradito da amici e nemici viene sottoposto a occupazione militare, a discriminazione e a vessazioni di ogni tipo.

Le conseguenze sanitarie, sociali, economiche e geopolitiche, non faranno altro che aggravare le condizioni di inimicizia tra Israele e gli estremisti arabi, ma a pagarne il conto saranno, come sempre, le fasce più deboli della popolazione, gli anziani, i malati, i bambini che, se riusciranno a diventare adulti, conserveranno negli occhi e nella psiche gli orrori vissuti, l’assenza di acqua, di corrente, di cibo, di medicine e il costante urlo delle sirene e la deflagrazione dei bombardamenti.
E’ questa l’ora di imparare la lezione di Gaza. Il 27 maggio 2021 il Consiglio per i diritti umani dell’ONU (UNHRC) ha stabilito con una votazione di 24 a 9 e 14 astensioni (nessuno dei paesi dell’Unione europea ha votato a favore) di mettere sotto indagine Israele per i bombardamenti dei civili a Gaza sproporzionati rispetto allo stillicidio di razzi di Hamas e sulle violazioni dei diritti umani commesse contro i palestinesi nei territori occupati dal mese di aprile.

Chi può scommettere che la risoluzione dell’ONU sarà rispettata?

 

L’AUTORE

Torquato Cardilli – Laureato in Lingue e civiltà orientali e in Scienze politiche per l’Oriente. E’ stato Ambasciatore d’Italia in Albania, Tanzania, Arabia Saudita ed Angola. Ha redatto oltre 100 articoli di carattere politico ed economico pubblicati in Italia e all’estero da varie testate ed agenzie di stampa.

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