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Tic da TikTok

beppegrillo.it - Febbraio 13, 2026
DAL WEB –  ARTICOLO PUBBLICATO SU THE ECONOMIST 

Non aveva mai visto nulla del genere. Durante i lockdown per il Covid-19, ragazze adolescenti in tutto il mondo hanno iniziato a saltare, colpire oggetti e urlare insulti e parole senza senso come “fagioli” o “barbabietola”. Alcune sono finite d’urgenza al pronto soccorso. I neurologi hanno parlato di una “pandemia dentro la pandemia”. I genitori temevano la sindrome di Tourette, che può manifestarsi con tic ripetitivi. In seguito si è capito che non si trattava di tic classici. Erano i cosiddetti “tic da TikTok”.

Le ragazze passavano ore a guardare video contrassegnati dagli hashtag #Tourette e #Tic. In sole tre settimane del marzo 2021 le visualizzazioni su TikTok di contenuti con quegli hashtag sono aumentate del 7%, arrivando a 5,8 miliardi. Alcune imitavano ciò che vedevano online per sentirsi parte del gruppo di amiche. Altre sviluppavano quelli che i medici chiamano “tic funzionali”, un disturbo neurologico legato allo stress. Un neurologo pediatrico, colpito dall’improvviso aumento dei casi, ha iniziato a studiare il fenomeno e ha scoperto che gli influencer tendevano a pubblicare video con tic estremi perché generavano più interazioni. Due terzi dei creator più popolari vendevano anche merchandising, traendo profitto diretto da un pubblico fortemente coinvolto.

Commercio, intrattenimento e salute oggi si intrecciano online con conseguenze profonde sul benessere. Un nuovo libro di Deborah Cohen, giornalista britannica e medico, sostiene che internet abbia “dirottato la nostra salute”. I video sulla salute su YouTube hanno superato i 200 miliardi di visualizzazioni e ogni giorno centinaia di milioni di ricerche su Google riguardano questioni mediche. L’intelligenza artificiale renderà la rete ancora più centrale. Un sondaggio Ipsos mostra che quasi il 30% degli intervistati britannici riceve consigli medici da modelli linguistici. Si stima che 40 milioni di persone nel mondo usino ChatGPT per domande di salute. Una nuova funzione consente di personalizzare le risposte integrando dati clinici e app di monitoraggio.

I vantaggi sono evidenti. Bastano pochi tocchi sullo schermo per ottenere risposte a domande che altrimenti richiederebbero una visita dal medico o che imbarazzano. Deborah Cohen però dubita che il progresso tecnologico stia rendendo le persone più sane. Denuncia la pubblicità online priva di reali limiti e un vero e proprio “complesso industriale del benessere” formato da aziende farmaceutiche, tecnologiche, di test diagnostici e integratori. Secondo lei è in corso un esperimento globale di salute pubblica online che potrebbe produrre più danni che benefici. Per ogni medico che divulga correttamente informazioni scientifiche esistono molti più life coach, podcaster e ciarlatani che promuovono rimedi infondati, dal vermifugo per cani contro il cancro ai clisteri al caffè per “disintossicare” l’organismo.

Internet sta cambiando la salute in tre modi principali. Il primo consiste nel convincere persone sane di essere malate. Cohen descrive l’esplosione di contenuti sull’ADHD. Questo disturbo viene in genere diagnosticato nell’infanzia, eppure tra il 2020 e il 2023 in Gran Bretagna le richieste di diagnosi da parte di adulti sono aumentate del 400%. Gli utenti vengono continuamente esposti a video che elencano presunti “segnali nascosti” dell’ADHD in età adulta. Domande come “fai fatica a finire un libro se non ti interessa davvero?” diventano prove di malattia. Un’analisi del 2023 sui video più visti su TikTok ha mostrato che meno della metà descriveva correttamente i sintomi. Patologizzare comportamenti comuni rende i contenuti più virali e favorisce chi vende test e integratori legati all’ADHD.

Il secondo cambiamento riguarda la pubblicità sanitaria, diventata una sorta di far west digitale. In quasi tutti i paesi, tranne Stati Uniti e Nuova Zelanda, è illegale promuovere farmaci direttamente ai consumatori. Online però le inserzioni provenienti da aree con regole più permissive raggiungono chiunque. Spesso la pubblicità è difficile da riconoscere. Alcune aziende collaborano con “influencer pazienti” che ricevono pagamenti o cure gratuite in cambio della promozione dei prodotti.

Molti contenuti online si rivolgono alle persone ansiose di ammalarsi. Nella comunicazione sanitaria vende l’ansia. Titoli come “Questo alimento comune nutre le cellule tumorali” raccolgono milioni di visualizzazioni. Un esempio è la terapia sostitutiva con testosterone, passata da trattamento di nicchia a promessa di eterna giovinezza e successo maschile, sostenuta da personaggi come Joe Rogan e Robert F. Kennedy Jr. Alcune cliniche minimizzano gli effetti collaterali, che includono infertilità e riduzione del volume dei testicoli.

Le aziende che promettono soluzioni rapide prosperano, anche se tali promesse non hanno basi solide. Cohen ricorda che la medicina è una scienza delle probabilità, priva di cure universali valide per tutti.

Il terzo effetto riguarda il lavoro dei medici. Molti pazienti arrivano agli appuntamenti convinti di avere una diagnosi, rafforzata da ore di testimonianze online. Alcuni portano risultati di test dubbi o esami provenienti da strutture poco regolamentate. I medici sono costretti a prescrivere ulteriori accertamenti per escludere patologie, con aumento di ansia, costi e spreco di risorse.

Bad Influence è un libro affascinante e ben documentato, utile a chi cerca spesso sintomi su Google. Come certi medici troppo prudenti, però, si concentra sui problemi e propone poche soluzioni. Cohen dedica molte pagine alla mercificazione della salute e meno spazio alle potenzialità della medicina digitale per rendere i sistemi sanitari più efficienti.

Riserva anche poca attenzione all’intelligenza artificiale. Solo pochi paragrafi trattano gli LLM, nonostante i rapidi progressi. Oggi questi sistemi riescono a diagnosticare malattie comuni con accuratezza simile a quella dei medici e hanno superato esami professionali. Allo stesso tempo rendono più difficile studiare gli effetti negativi della sanità digitale, perché le conversazioni sono private e non osservabili dai ricercatori, a differenza dei contenuti pubblici degli influencer. Cohen conclude che meritiamo una buona influenza per prenderci meglio cura di noi stessi e degli altri. Un messaggio condivisibile, anche se alcuni lettori potrebbero desiderare indicazioni più concrete.

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