Una vita randomizzata dagli algoritmi

di Max Hawkins Lavoravo per Google come ingegnere del software. Per molti versi, era il lavoro dei miei sogni. Sembrava che tutto nella mia vita mi avesse condotto fino a lì. Avevo sempre voluto lavorare nel software e finalmente lo stavo facendo. E vivevo a San Francisco, una città che amo, circondato da persone come me. Ogni aspetto della mia vita si adattava perfettamente ai miei interessi, alle cose che volevo fare. Amavo la mia vita.

Un giorno, ero al lavoro e ho iniziato a leggere un articolo, una ricerca di informatica sull’analisi predittiva. Il nocciolo dell’articolo era che prendendo la traccia GPS di qualcuno, come l’elenco di tutti i luoghi in cui era stato nell’ultimo mese, e inserendola in un algoritmo di apprendimento automatico, si poteva prevedere con precisione piuttosto elevata dove sarebbe andato l’indomani. Pensavo fosse fico. E mi sono chiesto: “Cosa succederebbe se la mia traccia GPS venisse inserita nell’algoritmo? Cosa ne uscirebbe?” 

Io e la mia amica Kelly stavamo decidendo cosa fare dopo il lavoro. Sono andato su Yelp e ho trovato questo bellissimo bar di recente apertura. Stavo per suggerirle di andare lì quando mi sono fermato. Mi sono ritrovato di nuovo a pensare a quell’algoritmo. E mi sono detto: “Aspetta un attimo, questo bar non è esattamente dove quell’algoritmo avrebbe immaginato che sarei andato stasera?” Era assurdo. Perché pensavo… che ruolo avevo io in tutto questo? Sapevo di essere io a scegliere, ma il computer come faceva a saperlo? Era un po’ inquietante.

E siccome sono un ingegnere, quando incontro un problema come questo, il mio istinto mi dice di sistemarlo, di fare qualcosa per risolvere il problema. Così, ho deciso di creare una app che mi aiutasse a decidere dove andare quella sera. Questa app passa in rassegna tutti i luoghi di San Francisco che sono su Google Maps e ne sceglie uno a caso. Dopodiché, chiama un Uber, che arriva dove ti trovi e ti porta in quel luogo casuale. Dice all’autista dove si trova, ma a te non dice niente. Così, la destinazione è una sorpresa.

Ho scritto a Kelly e le ho detto: “Dovremmo farlo”. Ci siamo incontrati e abbiamo premuto il pulsante. E, miracolosamente, all’improvviso, è apparso un autista di Uber alla mia porta. Siamo saliti in macchina e ci siamo diretti verso una zona di San Francisco che nessuno dei due conosceva. Era una parte della città in cui non eravamo mai stati prima. Quando l’autista ci ha detto che eravamo arrivati, abbiamo pensato che fosse uno scherzo. Eravamo di fronte a un austero edificio di mattoni con un cancello in ferro battuto e un cartello che recitava: “Ospedale di San Francisco, Pronto Soccorso Psichiatrico”. 

Il che magari era appropriato. Non lo so. 😉

Abbiamo pensato che fosse bizzarro. Ma, allo stesso tempo, era esilarante, perché eravamo in un luogo in cui altrimenti non saremmo mai andati e trascorrevamo un venerdì sera diverso dal solito.

Sono diventato ossessionato da questa app. Ho iniziato ad usarla per visitare i luoghi più disparati di San Francisco. Sono andato in musei, negozi di alimentari, bar, piste da bowling e fioristi scelti a caso. E ho scoperto che c’era un’intera parte di San Francisco che avevo ignorato a causa delle mie preferenze.

E ho iniziato a chiedermi in che altro modo avrei potuto applicare questo concetto alla mia vita. Così, ho iniziato a lavorare ad altri esperimenti sulla casualità. Ho creato un generatore casuale di video su YouTube, un generatore casuale di programmi, un gruppo di dieta che eliminava casualmente un cibo dalla dieta ogni settimana. Ed è cumulativo, così alla fine non puoi proprio più mangiare. Un generatore casuale di tatuaggi, di playlist su Spotify, e di podcast. Una stampante che stampa suggerimenti casuali su cose da fare.

Un generatore di eventi Facebook casuali. Funziona così: in una città come Vienna, in un dato giorno, ci sono centinaia di eventi Facebook, di eventi Facebook pubblici. Ne viene scelto uno a caso e quello è il tuo programma per la serata.

Ho partecipato a eventi come il compleanno di Joe, un saggio di terza media, club degli scacchi, scuola guida per camionisti. È stato molto interessante, perché erano comunità di cui non sapevo nulla, ma che tenevano incontri bellissimi per discutere delle cose che avevano a cuore. Quindi, eccomi lì.

Dopo un po’, ho avuto l’occasione di lavorare come freelancer, e questo mi ha dato più flessibilità riguardo a dove potevo vivere. Così, ho deciso di lasciar decidere al computer in che parte del mondo sarei andato a vivere. Ho scritto un programma che ha calcolato tutte le città in cui avrei potuto vivere in base al mio budget e ne ha scelta una a caso. Ho iniziato a vivere in questo modo e sono stato in tutto il mondo. Taipei, in Taiwan, Mumbai, in India, Dubai… Persino in luoghi che sono un po’ fuori mano per un americano, come Essen, in Germania, e Gortina, in Slovenia. E ogni volta che mi trasferivo in una nuova città, facevo le stesse cose che facevo a San Francisco: partecipavo a eventi casuali, incontravo persone a caso. Vivevo lì per due o tre mesi poi chiedevo ancora al computer la nuova destinazione. L’ho fatto per due anni.

Paradossalmente, lasciare il controllo a questa macchina mi ha fatto sentire più libero di quando ero io a prendere le decisioni, perché ho scoperto che le mie preferenze mi avevano impedito di vedere la complessità e la ricchezza del mondo. E seguire il computer mi ha dato il coraggio di vivere fuori dalla mia zona di comfort, di scoprire aspetti dell’esperienza umana che ignoravo perché erano troppo diversi o non facevano per me.

Per un po’ ho vissuto a Mumbai, in India, dove ho partecipato a moltissimi eventi Facebook. Un giorno, il computer mi ha mandato a una lezione di yoga. Io sono davvero negato per lo yoga, ma sono andato comunque. Questa cosa della casualità era davvero liberatoria, mi faceva uscire dalla mia bolla, dalla mia zona di comfort. Ma quanto era davvero casuale? Perché quello non era il mio primo evento di yoga a Mumbai. Anzi, era il terzo a cui partecipavo quella settimana.

Se ci pensate, non è sorprendente vedere schemi come questo. Perché stavo scegliendo casualmente da un elenco di cose che non era affatto casuale. L’elenco degli eventi Facebook che hanno luogo in una città è fortemente influenzato dalle cose che accadono in quella città. Se ci pensate, ogni volta che fate una scelta, non la state facendo da soli. State scegliendo da un elenco, da una lista di scelte creata da qualcun altro o qualcos’altro. E qualsiasi libertà abbiate in quella scelta è necessariamente limitata dalle strutture sociali, dalle usanze e dalla storia che forniscono il contesto per quella gamma di scelte.

All’inizio, pensavo che questo fosse un modo per uscire dalla mia bolla, per spingermi al di là dei miei limiti e delle mie preferenze. Ma, in seguito, ho iniziato a vederlo diversamente. Ho iniziato a vederlo come un modo per scattare una fotografia. Quando ero a Mumbai, per esempio, era più probabile che partecipassi a un evento di yoga. Se, invece, ero a Vienna, era più probabile che partecipassi a un evento musicale. Ogni volta che facevo una scelta casuale in una città, quello che facevo era svolgere un’indagine e chiedere: “Mumbai, dimmi cosa ti caratterizza”. E la risposta mi diceva qualcosa sulla struttura di quella città, sulla mia relazione con essa e sulla sua relazione con il resto del mondo.

Ci sono molti problemi reali nel mondo in cui viviamo. E penso che queste incognite del controllo algoritmico vi contribuiscano molto. Ora si parla del ruolo che Facebook ha avuto nelle elezioni americane e ci sono molte domande sul modo in cui questi algoritmi controllano le nostre vite. Per questo, vorrei incoraggiarvi a sperimentare l’interazione con questi algoritmi. Perché se usate solo i valori predefiniti, se vi basate sulle vostre preferenze, se seguite la direzione più popolare, è facile che finiate per ritrovarvi a essere controllati.

 

TEDx Translated by Silvia Monti, Reviewed by Chiara Polesinanti