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di Torquato Cardilli – Nella storia ci sono sempre stati vincitori e vinti.

Si può vincere in tanti modi: con l’inganno, con la fortissima motivazione nazionale, con l’astuzia strategica, con la superiorità in mezzi finanziari industriali, in uomini, in armamenti più avanzati e in tecnologia; al contrario si può perdere solo in due modi: a testa alta con onore da eroe o con la coda tra le zampe del disonore da vigliacco fuggiasco.

Gli esempi di sconfitti con onore, al limite del sacrificio della vita sono stati numerosissimi in tutta la storia patria risorgimentale e del XX secolo. Salvo il caso del duca d’Aosta,che alla resa sull’Amba Alagi ricevette l’onore delle armi da parte degli inglesi, si è sempre trattato di persone a volte del tutto sconosciute, dalle umili origini, di cui in poco più di un secolo ne sono state contate oltre 100 mila.

I vinti con disonore invece appartengono in larga misura alla classe dominante. In questa categoria si colloca ad esempio Luigi XVI, re di Francia, che nel 1791, in piena rivoluzione, visto l’insuccesso dei suoi emissari inviati di nascosto presso i re europei per chiedere aiuto, e in particolare presso l’imperatore Leopoldo II d’Asburgo, fuggì dalla reggia, travestito da valletto per sottrarsi ai rivoltosi. Riconosciuto a Varenne, in un posto di cambi di cavalli, perché ebbe la sciagurata idea di scendere dalla modesta carrozza per salire su quella reale inviata lì il giorno prima, fu ricondotto a Parigi su un carro scoperto, con l’umiliante seguito di folla insultante e poi ghigliottinato.

Anche in casa nostra abbiamo avuto casi di umiliante codardia che hanno meritato un solido disprezzo.

Sul piano nazionale l’Italia si coprì di vergogna per la disfatta di Caporetto con la diserzione e la fuga in massa di un’intera armata, ma negli anni che seguirono due altri episodi di fuga vergognosa riguardarono i vertici dello Stato.

Il re Vittorio Emanuele III, insieme al capo del Governo Badoglio, alla corte e ai vertici militari, la sera stessa dell’8 settembre 1943, dopo l’annuncio dell’armistizio separato con gli americani, fuggì in fretta da Roma verso l’Adriatico (Pescara-Ortona-Brindisi) per mettersi in salvo dalla inevitabile rappresaglia tedesca. L’esercito, sia in Italia come negli altri teatri di guerra (Francia meridionale, Balcani, Grecia) fu abbandonato a se stesso in balia degli eventi senza alcun ordine o istruzione per opporsi all’alleato tedesco, trasformato all’improvviso in occupante nemico.

Con simile esempio di codardia dall’alto, l’apparato militare italiano di 690 mila soldati si disintegrò nel giro di poche ore. Molti si diedero alla macchia, altri optarono per unirsi all’esercito del Sud o ai partigiani altri ancora per servire i nazisti, mentre parecchie migliaia furono fatti prigionieri dai tedeschi ed inviati in Germania. Quanto al paese intero fu trasformato in teatro di guerra tra i due contendenti, da una parte gli ex nemici diventati nuovi alleati e dall’altra gli ex alleati diventati nuovi nemici, che si abbandonarono ad atti di ferocia e crudeltà contro la popolazione civile.

Quasi due anni dopo il popolo italiano assistette ad un’altra manifestazione di viltà. A metà aprile del 1945, quando ormai l’Italia era distrutta e la guerra era al suo epilogo, Mussolini, l’uomo del destino, il fondatore dell’impero di cartone, che aveva fatto precipitare il paese, assolutamente impreparato, in un conflitto senza speranza, braccato dai partigiani tentò la fuga con l’intento di riparare in Svizzera travestito da soldato tedesco. Riconosciuto ad un posto di blocco fu prelevato e dopo qualche giorno fucilato per alto tradimenti verso la patria.

All’estero, oltre a quello di Luigi XVI, altri casi di codardia individuale e collettiva non sono stati meno vergognosi.

Lo scià di Persia Reza Pahlevi, nel 1979, fuggì iniziando una umiliante odissea presso quelli che un tempo erano amici e che gli chiusero tutte le porte in faccia.

Erano passati solo alcuni mesi dalla plateale manifestazione di amicizia da parte del presidente americano Carter, che in visita a Teheran, lo aveva definito il più fedele alleato dell’America nel Medio Oriente, che lo Scià abbandonò il paese in preda alla rivoluzione senza alcuna protezione americana, per rifugiarsi in Egitto e di lì in Marocco. Essendosi consolidato al potere il nuovo regime di Khomeini, la presenza dello Scià fu considerata dal re del Marocco un ostacolo ai buoni rapporti con Teheran. Lo Scià fu costretto a partire per rifugiarsi, su suggerimento di Kissinger, nelle Bahamas, paese del Commonwealth britannico. Dopo appena due mesi in quella nuova residenza la Regina Elisabetta II gli fece comunicare dall’ambasciatore che il Regno Unito non era disposto ad accoglierlo nei suoi territori. Quindi nuovo trasloco: non più come re dei re ma come un appestato si rifugiò in Messico dove gli fu diagnosticato il cancro in fase molto avanzata. A quel punto Carter permise il suo ingresso negli Usa solo a fini sanitari. A New York fu operato due volte. Nel frattempo i rivoltosi iraniani avevano occupato l’Ambasciata americana a Teheran facendo prigioniero tutto il personale. Alle grida di protesta di Washington gli ayatollah risposero che tutti i prigionieri sarebbero stati liberati in cambio dell’estradizione dello Scià.

Il Governo americano non cedette ma informò lo Scià che la sua presenza era un danno politico per gli USA e che doveva andarsene. Lo Scià si sentì ancora una volta tradito e si trasferì a Panama. Anche qui arrivò la richiesta iraniana di estradizione favorita dagli USA, che pur di ottenere da Teheran la liberazione degli ostaggi, si dichiararono pronti a facilitare l’operazione. Temendo che questa prospettiva si concretizzasse lo Scià lasciò Panama per il Cairo, dove si spense umiliato e tradito da tutti.

Restando in Medio Oriente anche altri due dittatori sanguinari fecero la fine del topo rintanati in una caverna senza assumere la responsabilità storica di aver condannato i propri popoli alla distruzione ed alla miseria.

Il primo Saddam Hussein presidente dell’Iraq, despota come i califfi dell’antichità, ebbe la malaugurata idea di sfidare gli Stati Uniti e l’ONU violandone ripetutamente le risoluzioni sul disarmo. Per Washington fu questa l’occasione propizia per liberarsi di un dittatore e mettere le mani sulle immense riserve petrolifere irachene. Mentendo, con il sostegno degli inglesi, lo accusò di fronte al mondo di possedere armi di distruzione di massa ed ebbe partita facile nell’ottenere l’ombrello politico dell’ONU per mettere in piedi, in pochi mesi, un’alleanza internazionale di 40 paesi.

Scaduto l’ultimatum e respinta la proposta di un salvacondotto, fu guerra aperta. In soli 20 giorni, ad aprile 1993, l’esercito iracheno fu annientato dalla potenza tecnologica di armamenti e di uomini addestrati. Baghdad e le altre città Bassora, Irbil, Kirkuk, Tikrit, Najaf, Nassiriya, Sulaimanya severamente bombardate furono occupate e Saddam Hussein con i suoi gerarchi fu costretto alla fuga.

In puro stile da far west gli Stati Uniti imposero su di lui una taglia di 50 milioni di dollari. Questa fu la carta decisiva. Per denaro Saddam Hussein fu tradito proprio da chi doveva proteggerlo che svelò il nascondiglio agli americani. La sua fuga finì miseramente in quella grotta; catturato fu consegnato alla giustizia che in un processo dall’esito scontato ne decretò l’impiccagione.

Un altro despota Gheddafi, che aveva minacciato mezzo mondo finanziando il terrorismo ed allo stesso tempo fatto affari con tutti, dopo 42 anni di dominio incontrastato, represse con ferocia una consistente rivolta popolare fomentata dagli Stati Uniti, che avevano ospitato parecchi esuli libici tra cui anche il generale Haftar, interessati a togliere di mezzo un dittatore ostile per vendicare l’onore ferito per l’espulsione della base militare americana nel 1969.

Le violazioni dei diritti umani, la repressione brutale dei rivoltosi, prontamente condannate dal Tribunale penale internazionale come crimini contro l’umanità, la copertura delle Nazioni Unite diedero il via alla guerra da parte degli Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, con la dolosa acquiescenza di Berlusconi che tradì palesemente l’accordo di assistenza politica e militare firmato da lui stesso con Gheddafi, ratificato dal parlamento italiano.

In poco tempo fu devastato e disarticolato un intero paese, distrutte le infrastrutture costruite in 40 anni e tutto questo per uccidere una sola persona con la finalità recondita di danneggiare gli interessi italiani.

Il leader libico che aveva fatto il bello e il cattivo tempo tenendo sulla corda l’Occidente, che aveva cacciato dal suo territorio le basi militari americana e inglese, che aveva espulso in modo brutale 20 mila italiani confiscandone le proprietà, con classica alterigia rifiutò il salvacondotto e respinse l’ultimatum. Dopo nemmeno un mese vedendo cadere in mano agli insorti, una dopo l’altra Tripoli, Sirte, Misurata si diede alla fuga nascondendosi come un ladro qualsiasi. Scovato da una banda di miliziani che avevano ricevuto l’imboccata giusta dai rilevamenti satellitari americani lo catturarono, lo torturarono e uccisero sul posto.

Quanto alla fuga da parte di apparati governativi, non si può dimenticare quella degli americani da Saigon nel 1975 epilogo della guerra del Vietnam. Iniziata addirittura sotto Kennedy nel 1962 nella speranza di arginare l’espansionismo comunista nel sud est asiatico e persa dopo 13 anni, lasciando agli alleati sud vietnamiti il compito di sbrogliarsela da soli. La presenza americana in quell’area si concluse con la fuga di tutto il personale civile e militare con gli elicotteri che facevano la spola con le navi.

Il Vietnam del Nord aveva vinto mentre l’America sprofondava nel disonore per aver fatto morire inutilmente 60.000 suoi giovani, rimpatriato oltre ‪300.000‬ feriti, perduti 2.100 aerei, causato 266 mila morti tra la popolazione civile e distrutto con il napalm installazioni industriali e intere foreste.

La lezione del Vietnam indusse l’America a coinvolgere in tutte le sue future guerre da guardiano del mondo gli altri paesi occidentali tra cui anche l’Italia che si offrì incondizionatamente senza ottenere alcun vantaggio politico, economico o sociale.

Nel 2001 subito dopo l’attentato terroristico alle torri gemelle ed al Pentagono l’amministrazione americana reagì come un’ape impazzita e cieca, decisa a utilizzare il suo pungiglione vendicativo contro il principe nero Bin Laden, di nazionalità saudita, ritenuto il mandante degli attentati che però erano stati eseguiti da terroristi sauditi e non afgani.

Anche questa volta per catturare un solo uomo fu messo a ferro e a fuoco un paese intero, l’Afghanistan, la cui collocazione geografica era largamente sconosciuta all’opinione pubblica occidentale, ma non alla Cina che, da grande divoratore di materie prime, aveva già puntato sulle ricchezze del sottosuolo come rame, litio, silicio ed altri minerali rari.

Sull’onda emotiva degli attentati subiti non fu difficile ottenere dall’Onu carta bianca ed allestire un’altra alleanza militare comprendente i paesi della Nato, alla quale ha partecipato anche l’Italia per una guerra inutile, durata venti anni, più lunga delle due guerre mondiali messe insieme.

Un paese di cowboy, di pistoleri, di petrolieri, banchieri e speculatori cinici non aveva tenuto in nessuna considerazione l’esperienza negativa dell’Inghilterra e dell’Urss che, in epoche diverse, avevano invaso il paese, perso la guerra e furono costrette alla ritirata dall’Afghanistan contando i loro morti inutilmente.

Gli Stati Uniti avrebbero dovuto sapere che quella guerra sarebbe stata un fallimento, che non c’era alcuna giustificazione politica, se non quella della vendetta cieca, a un’occupazione militare costruita su un castello di menzogne, ossessivamente ripetute dagli organi di informazione nazionali e degli alleati.

Chiunque negli alti livelli politici e militari avesse avuto un minimo di raziocinio, avrebbe compreso che era una guerra inutile, che la classe dirigente politica afghana messa su dagli americani era composta da burattini corrotti, dediti al lucroso traffico di droga e all’accaparramento di risorse tolte alla popolazione, che i cosiddetti Talebani straccioni avevano fonti di finanziamento infinite e che la loro motivazione per cacciare lo straniero era di gran lunga superiore alla volontà di combattimento delle truppe regolari afghane o alleate.

E infatti lo sapevano ma lo hanno tenuto nascosto e hanno preferito non prosciugare alla fonte il monopolio della droga e gli aiuti militari da parte degli Emirati arabi e dell’Arabia Saudita, per non mettersi in contrasto con i loro amici nell’area.

Dalla presidenza Bush a quella di Trump, hanno seminato bugie pur di continuare un’avventura suicida costata ben 2.300 miliardi di dollari al contribuente americano, 4.000 vittime e centinaia di migliaia di mutilati e feriti alla nazione.

Tutti i dati contenuti nei vari rapporti sul terreno, nell’intento di costituire una giustificazione all’intervento, erano stati alterati e annegati in un arsenale di retorica fasulla.

Sul piano diplomatico era stato tenuto nascosto, finché possibile anche agli alleati tradendone la fiducia, il fatto che emissari americani negoziassero da tempo a Doha, capitale del Qatar, che sin dal 2001 aveva dato asilo proprio al leader talebano Baradar, una soluzione separata per il ritiro.

Quando è scoccata l’ora X, assai in anticipo rispetto a quanto divulgato, il presidente afgano è fuggito come un coniglio negli Emirati e l’esercito regolare, visto questo esempio di coraggio, si è consegnato armi e bagagli ai Talebani.

Dal punto di vista italiano bisognerebbe chiedere il rendiconto di questa politica scellerata, assolutamente priva di vantaggi politici, economici, sociali, costata 64 vittime cadute, 700 feriti e 8 miliardi sottratti allo sviluppo del paese a tutta la filiera dei primi ministri da Berlusconi, Prodi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi sempre supportati dai Presidenti Ciampi, Napolitano, Mattarella e resa operativa dalla sequela di ministri degli esteri, veri yes men, da Frattini, Fini, D’Alema, Bonino, Alfano fino a Di Maio.

Un’ultima annotazione riguarda l’insuccesso dei servizi di informazione che non hanno saputo captare i segnali premonitori della catastrofe dell’improvviso crollo del regime e la decisione incomprensibile dell’Occidente di rimpatriare l’ambasciatore, affogata nel profluvio di dichiarazioni di protezione dei diritti umani e delle donne, vera fuffa propagandistica. Con il nuovo governo talebano bisognerà pure parlare come ha sostenuto l’alto commissario Europeo Borrel per negoziare l’apertura del cosiddetto corridoio umanitario! Aver ritirato l’ambasciatore significa aver colpevolmente lasciato a Russia, Cina, Qatar, Arabia Saudita, e Pakistan che hanno mantenuto le loro ambasciate al completo, nonché alla Turchia (ancora alleato nella Nato) la possibilità di giocare il ruolo di interlocutori privilegiati.

In conclusione, la Merkel, cancelliera tedesca ancora per poco, ha ammesso pubblicamente “abbiamo sbagliato tutto” mentre nessun altro leader europeo ha avuto il coraggio di fare autocritica per la guerra persa e per la fuga disonorevole da Kabul che resterà una macchia indelebile nei libri di storia sui quali studieranno i nostri posteri.

 

L’AUTORE

Torquato Cardilli – Laureato in Lingue e civiltà orientali e in Scienze politiche per l’Oriente. E’ stato Ambasciatore d’Italia in Albania, Tanzania, Arabia Saudita ed Angola. Ha redatto oltre 100 articoli di carattere politico ed economico pubblicati in Italia e all’estero da varie testate ed agenzie di stampa.

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