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di Emanuele Isonio – Si può pensare di contrastare i cambiamenti climatici senza curarsi della salute del suolo? Decisamente no. Si può pensare di curare il suolo senza coinvolgere chi è ogni giorno in prima linea in agricoltura? Altrettanto impossibile. Ma tra gli agricoltori non c’è ancora sufficiente consapevolezza di ciò che serve per ridonare qualità ai terreni rendendoli di nuovo capaci di stoccare sostanza organica, e quindi anidride carbonica, al loro interno. Da questa consapevolezza nasce l’avventura di Kiss the ground.

La parte più nota è probabilmente quella del documentario realizzato nel 2020 dopo sette anni di lavoro dai registi Josh e Rebecca Tickell (nella versione italiana è proposto da Netflix, qui). L’opera, per la quale ha prestato la voce (e il volto) l’attore e attivista vegano Woody Harrelson, fa luce su un “nuovo, vecchio approccio” all’agricoltura chiamato “agricoltura rigenerativa” che ha il potenziale per equilibrare il nostro clima, riempire le nostre vaste riserve d’acqua e nutrire il mondo. La storia, per una volta, non è solo quella della catastrofe ambientale imminente. Si preoccupa invece di infondere speranza sulla possibilità di invertire la rotta attraverso una “soluzione semplice per curare il nostro Pianeta”. Le voci di scienziati, agricoltori e attivisti vengono usate per fare il punto sulla “soil solution” riportando nuovamente l’attenzione anche sul tema dell’alimentazione a base vegetale come strumento di mitigazione climatica.

Alla base della “soluzione suolo” c’è l’esigenza di aumentare la consapevolezza dell’opinione pubblica di quanto, insieme ai combustibili fossili, anche il degrado del suolo causato da agricoltura e zootecnia intensiva, oltre che dalla cementificazione, debba essere considerato tra le cause principali di riscaldamento globale.

L’eccesso di anidride carbonica nell’aria, è la tesi alla base del documentario, può essere limitato, attraverso la fotosintesi clorofilliana, dal suo assorbimento da parte delle piante, che a loro volta possono arricchire di carbonio il suolo che ne ha bisogno (con notevoli vantaggi anche per la quantità e qualità del cibo prodotto e, quindi, per la salute di chi lo mangia). Il carbonio sequestrato nel suolo aumenta poi la capacità di quest’ultimo di assorbire acqua. Un passaggio essenziale per ridurre l’incidenza degli eventi meteo estremi, a partire da inondazioni e siccità, che aumentano di numero e di intensità anno dopo anno, causando danni economici enormi.

Quanto raccontato nel documentario però non è che la punta dell’iceberg di Kiss The Ground. Il progetto sociale che lo ispira è più ampio e, invece del grande pubblico, ha come destinatari principali proprio gli agricoltori. L’obiettivo è far loro formazione per spiegare i vantaggi e i modi per riconvertire la propria attività in un’ottica rigenerativa.

“La domanda più comune che riceviamo quando si tratta di agricoltori che cercano di passare all’agricoltura rigenerativa è: da dove comincio?”. A rivelarlo è Finian Makepeace, fondatore del progetto. “Kiss the Ground, con l’aiuto di molte altre organizzazioni e individui, ha curato una guida per rispondere a questa domanda e fornire informazioni per gli agricoltori, gli allevatori e gli amministratori del territorio che passano all’agricoltura rigenerativa”.

Il Farmland Transition Program fornisce formazione sulla salute del suolo, analisi della sua composizione e assistenza agli agricoltori che ne fanno richiesta e li accompagna in un tutoraggio personalizzato in base alle caratteristica dell’azienda e del territorio in cui si trova. Finora il programma ha coinvolto 32 agricoltori e allevatori tra California e Minnesota aiutandoli ad adattare le loro decisioni di gestione e a produrre risultati ecologici, finanziari e sociali positivi.

I fondi, nella più classica tradizione statunitense, arrivano dal mondo privato: organizzazioni filantropiche, imprese, fondazioni e donatori individuali sensibili al tema della cura del suolo e della costruzione di economie alimentari locali. “Il nostro obiettivo – conclude Makepeace – è quello di dimostrare che l’agricoltura rigenerativa è possibile, redditizia e d’impatto. Così facendo, cerchiamo di rafforzare gli agricoltori come leader del movimento in favore della salute del suolo”.

La consapevolezza dell’importanza del carbon farming, ovvero del legame tra le attività agricole sostenibili e il sequestro di carbonio, sta fortunatamente crescendo e non solo tra addetti ai lavori. La Commissione europea ha ad esempio pubblicato poche settimane fa una propria Comunicazione sui cicli del carbonio sostenibili.

Il documento anticipa un atto legislativo che dovrebbe essere formalizzato entro quest’anno. Al suo interno, viene riconosciuto il ruolo del mondo agricolo per le attività di contrasto del cambiamento climatico. Le stime infatti indicano in 42 milioni le tonnellate di CO2 che la sola Europa potrebbe risparmiare entro il 2030 incentivando pratiche agricole di sequestro del carbonio. Il riconoscimento dovrebbe portare a stabilire criteri per certificare la CO2 riportata nel terreno grazie alle “fattorie del carbonio”, permettendo lo sviluppo del carbon market anche in ambito agricolo.

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