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“I paesi di tutto il mondo sono come i passeggeri a bordo della stessa nave che condividono lo stesso destino. Affinché la nave resista alla tempesta e salpi verso un futuro radioso, tutti i passeggeri devono lavorare insieme. L’idea di buttare qualcuno fuori bordo è semplicemente non accettabile” – Xi Jinping, 21 aprile 2022, Hainan

di Fabio Massimo Parenti – Dopo un colpo ben assestato da due anni di pandemia, il mondo è ripiombato in un baratro di crisi e sfide globali simultanee. Dalla competizione geopolitica alla crisi economica, fino allo stravolgimento climatico.

Si cerca la pace, si vuole a tutti costi la pace, ma la lancetta dell’orologio sembra essere sempre ferma sulle stesse vecchie convinzioni.

Non abbiamo altra strada se non impegnarci ogni giorno nella costruzione dell’unità del genere umano nel pieno rispetto della diversità dei popoli. L’unico obiettivo da perseguire è unire l’umanità in tutte le sue diversità. Al riguardo, la Repubblica popolare cinese sembra fornirci un approccio unico ed efficace per costruire la pace, agendo per la stabilizzazione dei rapporti internazionali. Spogliandoci dalla nostra autoreferenzialità eurocentrica, potremmo allora prendere in prestito le linee guida della politica estera di Beijing: uscire dalla logica dei blocchi, rifiutare le pratiche da nuova guerra fredda e mettere al centro il multilateralismo, il dialogo e la cooperazione.

La Cina, con l’estensione delle nuove vie della seta a più di 140 paesi, è divenuta la principale promotrice di una globalizzazione inclusiva ed il primo polo economico mondiale senza mai indulgere ad espansione militare, guerre di invasione, strategie di “blocco”, imposizione di modelli. La pace si costruisce con gli scambi culturali, il dialogo e il commercio. Più quest’ultimo cresce, più ci saranno scambi tra persone – i vettori culturali per eccellenza – più aumenterà la conoscenza reciproca e quindi il coordinamento politico necessario alla coesistenza pacifica.

Purtroppo, l’Occidente non sta investendo in piani per l’integrazione tra popoli, paesi, economie, ma sta scegliendo la corsa al riarmo, che può e dev’essere assolutamente fermata.

I paesi di vecchia industrializzazione teorizzano e praticano la de-globalizzazione, sulla scia degli interessi geostrategici anglosassoni ed in antitesi a quelli europei e mediterranei: separazione e fratturazione del continente euroasiatico – dove non a caso sono occorse tutte le principali guerre degli ultimi decenni – al fine di rivendicare un predominio egemonico globale, erososi ma non esauritosi del tutto. Lo hanno fatto, e continuano a farlo, con le guerre commerciali, a suon di sanzioni unilaterali ed arbitrarie, perché motivate da calcolo politico-strategico e pertanto contrarie ai princìpi dei regimi commerciali e finanziari da loro stessi costruiti. Lo hanno fatto, e continuano a farlo, con innumerevoli guerre di invasione, guerre per procura, cambiamenti di regime (cioè, colpi di stato), ecc. Lo hanno fatto, e continuano a farlo, aizzando minoranze, gruppi di estremisti, terroristi, usati alla bisogna.

Non controllando più la globalizzazione, i “nostri capi” preferiscono smantellarla, operando a discapito della de-escalation in Ucraina ed a danno dei civili, lanciando invettive, moniti ed insulti, tra uno slogan ed un altro. E’ chiaro che questo non sia un atteggiamento costruttivo, soprattutto in un momento che richiederebbe ben altri toni, approcci, capacità d’analisi e visione strategica nell’interesse dei popoli.

Ciò premesso, proviamo ad inquadrare il ruolo della Cina nell’attuale crisi e l’inevitabile dialettica con gli Usa. Dopo averla quotidianamente dileggiata e provocata su qualsiasi questione internazionale ed interna, all’improvviso, molti in Occidente hanno invocato la Cina affinché svolgesse un ruolo nelle drammatiche vicende europee. Generali, analisti, giornalisti e, come detto, gli stessi Usa. Questi ultimi vorrebbero che la Cina contribuisse ad isolare la Russia, mentre favoriscono la “sirianizzazione” del conflitto in Ucraina, spingendo l’Europa sull’orlo del baratro, attraverso un’escalation sanzionatoria che tocca più noi che loro. Se la Germania e la Francia, forse, cominciano a prendere le distanze, è un segno chiaro degli errori che stiamo compiendo.

Negli ultimi settant’anni il rapporto statunitense verso Cina e Russia è stato caratterizzato da una continua alternanza tra l’uno e l’altro paese al fine di isolare l’uno o l’altro. Se nella guerra fredda gli Usa avevano portato la Cina dalla loro parte (con il duo Kissinger-Nixon), contribuendo ad isolare l’URSS, in seguito essi hanno tentato di integrare la Russia nell’orbita NATO (tra fine anni Novanta e primi anni Duemila), questa volta tentando di isolare una Cina in ascesa. Le previsioni sono state tuttavia errate e le manovre strategiche ritardatarie e mal concepite. Cina e Russia si sono avvicinate sempre di più negli ultimi venti anni.

Gli Usa erano convinti che la Cina sarebbe andata incontro a problemi interni e che comunque avrebbe trasformato il proprio sistema politico-economico, emulandoci. Le previsioni sono state tutte fallaci e ciò che speravano non è accaduto, anzi, al contrario, la Cina ha rafforzato il proprio status economico-politico al livello mondiale, perseverando sulla strada di un modello di sviluppo autoctono di socialismo di mercato, seguendo la logica della doppia circolazione, ovverosia la combinazione dialettica tra integrazione internazionale e sviluppo domestico.

L’obiettivo degli Usa è quello di separare l’Europa dalla Russia, dandogli modo di rinvigorire la loro influenza sul vecchio continente ed acquisire più spazio di manovra in Asia. “La gara militare americana con la Cina nel Pacifico definirà il ventunesimo secolo. E la Cina sarà un avversario più formidabile di quanto lo sia mai stata la Russia”, asseriva diciassette anni fa Robert D. Kaplan (si vedano How We Would Fight China, 2005, e The One-Sided War of Ideas With China, 2021). A questo punto è possibile ipotizzare che gli Usa possano dedicarsi ulteriormente alla destabilizzazione della Cina. Almeno a parole Biden dice di non cercarla, ma viste le azioni di segno opposto messe in campo dagli Usa negli ultimi decenni, la Cina non riesce a fidarsi. Come sintetizzato da una famosa conduttrice televisiva cinese, Liu Xin, sembrerebbe che gli Usa stiano chiedendo alla Cina: “Puoi aiutarmi a combattere il tuo amico in modo che più tardi io possa concentrarmi a combatterti?”

A partire da questa contestualizzazione è possibile capire sia la persistenza delle principali contraddizioni nei rapporti tra le prime potenze economiche del mondo, sia il ruolo della Cina sulla questione ucraina. La Cina continua a suggerire di lavorare insieme per ricostruire un regime di sicurezza regionale sostenibile in Europa e nel mondo (è di questi giorni anche la proposta di una “Iniziativa sulla Sicurezza Globale”, centrata sul dialogo, la consultazione costante ed aderente ai principi della carta dell’Onu). Quindi, da questo punto di vista, la Repubblica popolare è in linea totale con quella che dovrebbe essere la priorità dell’Europa, dei suoi popoli. La Cina sta giocando un ruolo di relativa equidistanza e non seguirà ciecamente quel mondo “liberal-democratico” che ogni santo giorno l’ha aspramente criticata e provocata per la gestione dei suoi affari interni ed internazionali. Non c’è una soluzione facile, veloce ed a buon mercato alla risoluzione di problemi storico-politici e geostrategici accumulatisi nel tempo. In questo contesto la proposta cinese sembra essere la più equilibrata ed in linea con un approccio pacifico alle relazioni internazionali, perché tiene conto degli interessi di tutte le parti coinvolte, dando forma ad un pragmatismo orientato alla pace, più ampio, responsabile e non manicheo.

In ultima istanza, la Cina continuerà a rafforzare l’amicizia di ferro con la Russia, traendone eventualmente vantaggio a medio-breve termine, per motivi economici ed energetici, ma non potrebbe mai accettare una destabilizzazione del vicino russo, come Washington auspica, ovvero un cambio di regime. Oltre ad inviare aiuti umanitari, la Cina sta rispondendo in modo risoluto alle pressioni americane per isolare la Russia, chiedendo spiegazioni, ad esempio, sui programmi militari batteriologici in Ucraina e nel mondo, e chiedendo di non favorire, con armi, denari e attività di intelligence, un’escalation del conflitto.

Solo con uno sforzo collettivo di inquadramento geo-storico dell’attuale crisi, su concause, corresponsabilità e tendenze strutturali di cambiamento del sistema-mondo, sarà possibile trovare soluzioni efficaci di lungo termine, al fine di evitare il riprodursi di sempre nuovi conflitti, come fossimo condannati ad una guerra fredda permanente. Tuttavia, dobbiamo volere la pace, non solo per l’Ucraina, ma per tutti i paesi e le regioni del mondo ancora vittime della iper-competitività strategica del sistema US-Nato.

Una reale pacificazione delle relazioni internazionali esige il rispetto reciproco, il dialogo, la cooperazione economica e la risoluzione delle tensioni esistenti per via esclusivamente diplomatica, rifiutando categoricamente qualsivoglia imposizione di un unico modello a tutti. A questo punto si tratterà di capire quale sarà l’entità del danno generato dalla volontà dell’Occidente di rimanere l’unico polo dominante. Indubbiamente, la crisi ucraina è un banco di prova che solleva grande preoccupazione.

Se guardiamo alla destabilizzazione globale generata nei decenni dall’egemone in declino e dai suoi più stretti alleati, non possiamo non prendere in considerazione che un mondo più influenzato dalla Cina potrebbe essere caratterizzato da maggiore cooperazione e minore competizione. Ed il principio del rispetto reciproco tra i diversi sistemi politici, che oggi non è soddisfatto, potrebbe divenire una pietra angolare delle relazioni internazionali.

 

L’AUTORE

Fabio Massimo Parenti è attualmente Foreign Associate Professor di Economia Politica Internazionale alla China Foreign Affairs University, Beijing. Ha insegnato anche in Italia, Messico, Stati Uniti e Marocco. È membro del think tank CCERRI, Zhengzhou, di EURISPES – Laboratorio BRICS e del comitato scientifico dell’Istituto Diplomatico Internazionale (IDI) a Roma. Il suo ultimo libro è “La via cinese, sfida per un futuro condiviso” (Meltemi 2021). Su twitter: @fabiomassimos

 

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