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di Fabio Pompei – Oggi, più o meno consapevolmente, tutti noi cediamo dati e informazioni personali, indispensabili per accedere e vivere (senza alcun costo apparente) nell’ambiente digitale. Certo, possiamo decidere anche di non farlo, ma con il risultato di rimanere esclusi dalla vita sociale moderna (saremmo in grado di vivere senza WhatsApp o un social network qualsiasi?).

Nella rete, come nella vita reale, nulla è davvero gratuito. Il prezzo da pagare è dare accesso alle nostre abitudini, preferenze e informazioni personali, queste vengono poi utilizzate dai giganti del web per tracciare profili dei singoli utenti e indirizzare loro specifiche proposte commerciali, con il risultato inoltre di far perdere il controllo di tali informazioni ai legittimi proprietari.

Dell’aggregatore di dati come possibile soluzione si è già scritto qui. Un unico portale (aggregatore) capace di stravolgere il paradigma delle informazioni, dando la possibilità ad ogni cittadino di poter conoscere in tempo reale (e direttamente sul pc o sullo smartphone) quali suoi dati sono “in giro”, da chi e come essi vengono usati. Si tratta di una soluzione per un governo strutturato delle informazioni personali cedute ai terzi che prevede di richiedere ad ogni responsabile del trattamento di comunicare (con un flusso informatico) le informazioni acquisite (o rilasciate) dai propri clienti, raccolti utilizzando una chiave primaria (come il codice fiscale). Sotto quella stringa alfanumerica di 16 cifre, univoca per ogni cittadino, verrebbero così raggruppati tutti gli operatori che utilizzano le informazioni, senza margine di errore.

In tal modo il cittadino, accedendo al portale con SPID o tramite la CIE, potrà prendere coscienza – in un’unica pagina – di tutte le informazioni concesse negli anni (e a chi) a lui riguardanti, potendo decidere quali cancellare perché obsolete o non ritenute più da condividere con un determinato soggetto.

Senza un sistema generale di regole infatti, le tecnologie possono generare distorsioni e mettere a rischio la sicurezza stessa dei cittadini. Da qui la necessità di rafforzare quei presidi normativi ed educativi che permettano di tutelare la riservatezza delle informazioni personali anche online. In tale contesto, a partire anche dalle riflessioni prodotte su questo blog nei mesi scorsi, proprio nei giorni passati, si è imposta all’attenzione del dibattito una proposta – lanciata dall’Onorevole Emiliano Fenu (Capogruppo M5S in Commissione finanze alla Camera) – volta a introdurre un Registro elettronico in cui far confluire tutti i dati dei cittadini in possesso dei diversi colossi del web (e non solo).

Il Registro, in tal senso, è la base di partenza per realizzare una vera operazione di trasparenza e consentire a ciascun cittadino di mettere a fuoco chi ha i suoi dati e che uso ne fa, tenuto conto che i dati rappresentano una materia prima di incredibile importanza economica per chi li usa. Tutte le più grandi piattaforme in cambio di questi dati offrono servizi gratuiti ed è vero, ma i servizi offerti altro non sono che il mezzo di raccolta dei dati stessi e sono “pagati” proprio con la conoscenza di abitudine e preferenze dell’utente. Come osservato da qualche autore, infatti, se non ci viene chiesto di pagare per accedere a un sito e usare le sue funzionalità non vuol dire che nessuno paghi per tale funzione, ma che il prezzo del servizio verrà saldato dai soggetti che hanno interesse ad anticipare i costi per poi presentare un diverso conto.

Ma tale sistema non è vantaggioso solo per il cittadino-utente, ma anche per lo Stato: grazie a tale struttura si potrebbe conoscere in ogni momento – almeno in astratto – quante (e quali) piattaforme utilizzano i nostri dati e su che numeri basano il loro business, notizie utili che, ove opportunamente elaborate e corroborate da elementi relativi a fatturato e volume d’affari, fornirebbero elementi utili per procedere alla ridefinizione dei parametri per una nuova digital-tax, secondo criteri di equità e trasparenza.

Ma cosa fare poi con le nuove entrate generate da una eventuale digital-tax? Un nuovo sistema di redistribuzione che superi l’attuale sistema tributario: una delle finalità potrebbe essere quella di destinare le entrate ad un fondo previdenziale per supportare tutte le nuove generazioni che, a causa del frastagliato mercato del lavoro, hanno carriere discontinue e intermittenti e, di conseguenza, in futuro avranno delle pensioni esigue, frutto di “buchi” previdenziali dovuti a periodi di inattività professionale: alcune proposte sono state formulate dal mondo accademico per far tornare la ricchezza delle tech companies nelle mani dei giovani, un “equo compenso” per loro stessi che – con il loro attivismo digitale – contribuiscono a determinare, quegli stessi giovani che alimentano quotidianamente le piattaforme con foto, video e contenuti che spesso superano i milioni di visualizzatori, ma che non generano nessun ricavo per le loro tasche.

Chi potrebbe realizzare e manutenere il registro? Uno degli attori potrebbe essere la futura 3-I SpA, la software house di Inps, Istat e Inail, prevista nel PNRR che avrà il compito dello sviluppo, della manutenzione e la gestione di soluzioni software e di servizi informatici a favore di: INPS, INAIL e ISTAT nonché della Presidenza del Consiglio dei ministri, del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, dell’Agenzia Nazionale per la cybersicurezza nazionale (ACN) e delle altre pubbliche amministrazioni centrali. Anche l’Agenzia delle entrate, in prospettiva di web-tax, potrebbe essere coinvolta nella fase progettuale, realizzativa e manutentiva.

L’AUTORE

Fabio Pompei è ingegnere informatico, dottore di ricerca in ingegneria elettronica e giornalista. Docente in corsi di laurea di ingegneria presso alcune università pubbliche e private, è autore di pubblicazioni scientifiche nel settore delle telecomunicazioni. Ha ricoperto negli ultimi anni incarichi pubblici occupandosi, in particolare, di politiche economiche, finanziarie, innovazione tecnologica e semplificazione amministrativa. Ha pubblicato Conversione Digitale (Alpes, 2016), Il valore dei dati nell’ecosistema digitale (EditorialeNovanta, 2019), Fakedemocracy. Il far west dell’informazione, tra deepfake e fake news (EditorialeNovanta, 2020), e Diritto della privacy e protezione dei dati personali. Il GDPR alla prova della data driven economy (TabEdizioni, 2021).

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