L’economia mondiale del mare ha raggiunto nel 2025 un valore di 3.500 miliardi di dollari, pari al 3% dell’economia globale.
In trent’anni la ricchezza generata dalle attività marittime è cresciuta del 132% in termini reali, superando l’aumento del 125% registrato dall’economia mondiale nello stesso periodo. È quanto emerge dal nuovo rapporto The Ocean Economy at a Glance, pubblicato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), che ricostruisce l’evoluzione dell’economia oceanica tra il 1995 e il 2025, attraverso dati relativi a produzione, occupazione, produttività, ricerca e innovazione.
Il settore comprende turismo marino e costiero, pesca, acquacoltura, trasporti marittimi, cantieristica, attività portuali, estrazione di petrolio e gas offshore, energie rinnovabili marine, ricerca scientifica e distribuzione di beni collegati al mare. Il turismo marino e costiero rappresenta il 28,6% del valore aggiunto complessivo, seguito dalle industrie marittime, che contribuiscono per circa un quarto, e dall’energia offshore e dalle risorse marine non biologiche, con il 23,7%. Pesca, acquacoltura e trasformazione dei prodotti ittici rappresentano invece il 9%.
Tra il 1995 e il 2025, le industrie marittime hanno registrato la crescita più rapida, con un aumento medio annuo del 4,2% in termini reali e un valore aggiunto più che triplicato. Le attività legate all’istruzione, alla ricerca e alla distribuzione di beni marini sono cresciute del 3,1% annuo, mentre turismo e pesca hanno registrato entrambi un incremento medio del 2,6%. L’energia offshore e le risorse marine non biologiche sono cresciute più lentamente, con una media dell’1,8% annuo, pur continuando a rappresentare una delle principali componenti economiche del settore. Anche l’occupazione ha subito una trasformazione significativa. Secondo l’OCSE, l’economia del mare impiega l’equivalente di 103 milioni di lavoratori a tempo pieno, il 33% in più rispetto al 1995. Il turismo marino e costiero è diventato il principale settore occupazionale, passando da 22,8 a 43,4 milioni di posti equivalenti a tempo pieno. Al contrario, pesca, acquacoltura e trasformazione dei prodotti ittici sono scese da 31,5 a 20,5 milioni, riducendo la propria quota dal 40% al 20% dell’occupazione complessiva.
Le attività di istruzione, ricerca e distribuzione legate al mare sono passate da 11,1 a 21,3 milioni di occupati equivalenti, superando nel 2023 il settore ittico. Le industrie marittime sono cresciute da 11,3 a 16,6 milioni di posti, mentre l’energia offshore e le altre risorse marine non biologiche occupano circa 1,7 milioni di lavoratori.
La crescita economica è stata accompagnata da un aumento della produttività del lavoro del 75% in trent’anni, contro il 58% registrato dall’economia mondiale nel suo complesso. Il dato è particolarmente significativo nella pesca e nell’acquacoltura, dove il valore aggiunto per lavoratore equivalente è più che triplicato, nonostante la riduzione dell’occupazione.
La geografia dell’economia marittima è cambiata altrettanto profondamente. Nel 1995 i Paesi OCSE rappresentavano circa il 73% del valore aggiunto mondiale legato al mare. Nel 2025 la loro quota si è ridotta a circa la metà.
Nello stesso periodo, l’Asia non appartenente all’OCSE è passata dal 16% al 36% del valore globale, diventando dal 2010 la principale area economica marittima del mondo. La Cina guida la classifica dei singoli Paesi con circa 500 miliardi di dollari di valore aggiunto nel 2025, seguita dagli Stati Uniti con 443 miliardi. Insieme, i due Paesi rappresentano il 28,4% del valore mondiale calcolato a prezzi correnti.
Anche la distribuzione dell’occupazione riflette questo cambiamento: otto delle dieci maggiori economie marittime per numero di lavoratori si trovano oggi fuori dall’OCSE. La Cina conta 21,5 milioni di posti equivalenti a tempo pieno, mentre l’India è passata da 5,4 a 11 milioni tra il 1995 e il 2025.
Il rapporto evidenzia inoltre una forte differenza nella dipendenza economica dal mare. In Norvegia il contributo delle attività marittime al valore aggiunto nazionale è salito dal 21% al 27,8%, mentre in Grecia è passato dal 6,2% all’11,7%. In Angola, nonostante una riduzione rispetto al passato, il settore rappresenta ancora il 31,6% dell’economia nazionale.
Accanto alla crescita economica, l’OCSE richiama l’attenzione sui limiti degli strumenti utilizzati per misurare il valore degli oceani. Le statistiche analizzano soprattutto le attività produttive direttamente collegate al mare, mentre la valutazione economica degli ecosistemi marini e dei servizi naturali che essi forniscono rimane ancora incompleta.
Tra gli ambiti che l’organizzazione intende sviluppare nei prossimi anni figurano la misurazione del capitale naturale marino, dei servizi ecosistemici, dell’innovazione oceanica e delle attività illegali in mare. Questa estensione permetterebbe di affiancare ai dati su turismo, pesca, trasporti ed energia anche informazioni sul valore economico degli habitat marini e delle funzioni ambientali da cui dipendono molte attività produttive.
L’economia del mare rappresenta già il 3% della ricchezza mondiale. Il prossimo passo sarà misurare, accanto al valore prodotto, anche quello degli ecosistemi naturali che sostengono questa economia.





