di Igor G. Cantalini
L’intelligenza artificiale avrebbe dovuto liberare le persone dalle attività ripetitive, ridurre il tempo trascorso al lavoro e dare più tempo alla creatività, alla famiglia e alla vita sociale. Le ricerche sull’impatto dell’IA nelle aziende stanno facendo emergere una realtà assai complessa: le macchine producono più velocemente, mentre i lavoratori rischiano di ritrovarsi con maggiori responsabilità, ritmi più intensi e meno tempo per recuperare.
È uno dei nuovi paradossi della produttività, l’automazione riduce il tempo necessario per svolgere determinate operazioni ma il tempo risparmiato viene immediatamente occupato da nuove attività.
Uno studio condotto da Aruna Ranganathan e Xingqi Maggie Ye dell’Università della California a Berkeley, pubblicato sulla Harvard Business Review, ha analizzato per otto mesi l’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa in un’azienda tecnologica statunitense con circa 200 dipendenti. I ricercatori hanno osservato che i lavoratori che utilizzavano l’IA tendevano ad assumersi più compiti, ad accelerare i ritmi e a prolungare le attività durante la giornata, spesso senza ricevere richieste esplicite dai superiori.
Una delle conseguenze meno visibili dell’intelligenza artificiale è la comparsa di nuove attività necessarie a controllare ciò che le macchine producono. È una forma di lavoro fantasma, un insieme di operazioni poco riconosciute che si nascondono dietro l’apparente semplicità dell’automazione. Un sistema generativo può scrivere una relazione, elaborare un’analisi finanziaria o produrre centinaia di righe di codice in pochi secondi. Il risultato, tuttavia, deve essere verificato, le informazioni possono essere inesatte ad esempio e le fonti inesistenti e contenere errori difficili da individuare. Questo costo nascosto viene definito verification tax, tassa di verifica, ovvero il tempo e l’attenzione che gli esseri umani devono dedicare al controllo e alla correzione dei contenuti generati automaticamente. Chi prima produceva direttamente un documento si ritrova ora a supervisionare il lavoro della macchina e individuare eventuali errori prima di approvare il risultato finale.
Il fenomeno è particolarmente evidente nel settore informatico, uno studio dell’organizzazione indipendente METR, condotto su 16 sviluppatori esperti impegnati in 246 attività reali, ha rilevato che l’utilizzo degli strumenti di IA disponibili nella prima metà del 2025 aumentava mediamente del 19% il tempo necessario a completare i compiti. Gli stessi sviluppatori, invece, erano convinti di aver lavorato più velocemente.
Un’altra conseguenza riguarda l’organizzazione della giornata lavorativa e la progressiva eliminazione dei momenti di minore intensità. In molte professioni, le attività quotidiane alternano operazioni complesse a mansioni relativamente semplici: formattare un documento, riordinare la posta elettronica, cercare un’informazione in archivio etc… Questi compiti, pur facendo parte del lavoro, possono rappresentare momenti di minore impegno cognitivo tra una decisione impegnativa e quella successiva. L’intelligenza artificiale è particolarmente efficace proprio nell’automatizzazione di molte di queste operazioni, di conseguenza, la giornata rischia di concentrarsi sempre più su attività che richiedono attenzione e capacità decisionale. La scomparsa dunque delle micro-pause cognitive, cioè dei momenti in cui il cervello affronta compiti meno impegnativi, potrebbe rendere il lavoro mentalmente più faticoso anche quando il numero complessivo delle ore rimane invariato. L’affaticamento decisionale, lo stress e il rischio di burnout diventano quindi aspetti importanti da considerare nell’introduzione dell’IA. Anche il cortisolo, uno degli ormoni coinvolti nella risposta fisiologica allo stress, rappresenta un possibile indicatore da studiare, sebbene non vi siano elementi sufficienti per attribuire all’uso dell’intelligenza artificiale un aumento generalizzato dei suoi livelli.
A questo meccanismo si aggiunge quello che possiamo definire effetto criceto: più la tecnologia accelera il lavoro, più aumenta la quantità di attività che ci si aspetta vengano svolte. Come un criceto che corre sempre più velocemente sulla ruota senza avanzare, il lavoratore può produrre di più senza riuscire a guadagnare tempo libero. Se una macchina permette di completare una mansione in metà tempo, l’organizzazione aziendale può decidere di assegnare un secondo incarico anziché ridurre l’orario lavorativo. Il guadagno di produttività si traduce così in un aumento del volume delle attività e non in una diminuzione dell’impegno richiesto.
Nello studio dell’Università di Berkeley, questo meccanismo si è rivelato con chiarezza, la possibilità di svolgere nuove mansioni grazie all’intelligenza artificiale spingeva i dipendenti ad ampliare spontaneamente le proprie responsabilità, con un conseguente incremento dell’intensità del lavoro.
Il rischio è che ogni aumento di efficienza venga progressivamente assorbito da aspettative produttive sempre più elevate.
Più produttività quindi, ma per chi?
L’AUTORE
Igor G. Cantalini – Esperto di comunicazione e marketing digitale di 45 anni, laureato in Scienze della Comunicazione, ha lavorato con brand di fama nazionale e internazionale, specializzandosi successivamente in Intelligenza Artificiale. Scrittore e divulgatore, pubblica articoli su vari temi.





