Il cambiamento climatico viene spesso raccontato attraverso i suoi effetti sull’ambiente, sull’economia e sulla salute. Molto meno attenzione viene dedicata a un’altra conseguenza, documentata da un numero crescente di studi, l’aumento della violenza contro le donne durante ondate di calore, siccità, alluvioni e altri eventi estremi.
Un rapporto pubblicato nell’aprile 2025 dalla Spotlight Initiative delle Nazioni Unite segnala che ogni aumento di 1°C della temperatura globale è associato a una crescita del 4,7% della violenza del partner intimo a livello mondiale. Lo stesso rapporto rileva inoltre che i femminicidi possono aumentare del 28% durante le ondate di calore. Si tratta di dati che si inseriscono in un quadro di ricerca ormai ampio. Negli ultimi anni numerosi studi hanno analizzato il rapporto tra temperature elevate, stress fisiologico, peggioramento del benessere psicologico e aumento di alcune forme di violenza. Il legame tra caldo e aggressività è stato osservato in diversi contesti, anche se con intensità variabili a seconda delle condizioni sociali, economiche e territoriali.
Il caldo può incidere sul sonno, sull’irritabilità, sui livelli di stress e sulla capacità di regolazione emotiva. Questi effetti non spiegano da soli la violenza, che ha cause complesse e profonde, ma possono contribuire a renderla più probabile in contesti già segnati da squilibri di potere, precarietà e disuguaglianze di genere. Accanto agli effetti diretti del caldo, diversi studi hanno evidenziato anche il ruolo degli eventi climatici estremi. Uno studio pubblicato nel 2022 su The Lancet Planetary Health mostra che siccità, alluvioni, tempeste, incendi e altri shock ambientali sono spesso associati a un aumento della violenza di genere. Quando una famiglia o una comunità è colpita da una perdita di reddito, da uno sfollamento o da un forte deterioramento delle condizioni di vita, crescono tensioni e forme di dipendenza che possono tradursi in un aumento della violenza di genere.
Alcune ricerche hanno osservato, per esempio, che nelle aree agricole colpite dalla siccità la violenza domestica contro le donne può aumentare in modo più marcato, soprattutto quando il danno economico colpisce le fonti tradizionali di reddito maschile. In questi casi il peggioramento delle condizioni materiali può incidere anche sugli equilibri di potere all’interno della famiglia. Questo non significa che il clima determini automaticamente i comportamenti o che il caldo produca violenza in modo meccanico. Gli studiosi sottolineano che la violenza non dipende mai da un solo fattore, ma da un insieme di elementi che si combinano tra loro. Tra questi contano molto le condizioni abitative, l’organizzazione urbana, la protezione sociale, l’accesso ai servizi e la capacità collettiva di adattamento.
Per questo il cambiamento climatico va considerato come un fattore che può amplificare rischi già presenti, non solo come la causa primaria della violenza patriarcale. Comprendere questo legame può essere utile non per attenuare la responsabilità degli autori di violenza, ma per migliorare la prevenzione.
Oggi, per esempio, durante le ondate di calore esistono sistemi di allerta e misure di protezione rivolte alle persone più vulnerabili dal punto di vista sanitario, mentre è ancora limitata l’attenzione verso il possibile aumento della violenza contro le donne in questi stessi contesti. Affrontare insieme crisi climatica e violenza di genere significa quindi riconoscere che le due questioni possono intrecciarsi e che servono politiche pubbliche capaci di proteggere in modo più efficace le persone esposte ai rischi maggiori.





