Negli ultimi dieci anni la space economy è diventata uno dei settori a crescita più rapida dell’economia globale. Secondo stime di analisti e agenzie spaziali, il valore complessivo dell’economia dello spazio ha superato i 500 miliardi di dollari nel 2024, spinto soprattutto dall’esplosione dei satelliti commerciali per telecomunicazioni, osservazione della Terra, navigazione, internet satellitare e servizi militari e civili. Le mega-costellazioni, con migliaia di satelliti lanciati ogni anno, hanno cambiato scala e ritmo dell’attività in orbita. SpaceX, OneWeb, Amazon Kuiper e operatori cinesi ed europei stanno immettendo nello spazio decine di migliaia di nuovi oggetti.
Questa crescita ha un costo ambientale sempre più evidente. L’orbita terrestre bassa sta diventando un ambiente affollato e fragile. Secondo il Space Environment Report 2025 dell’Agenzia Spaziale Europea, oggi sono tracciati circa 40.000 oggetti in orbita, di cui solo circa 11.000 sono satelliti attivi. Il resto è costituito da satelliti dismessi, stadi di razzi, frammenti da collisioni ed esplosioni. Le stime indicano inoltre oltre 1,2 milioni di frammenti più grandi di un centimetro e più di 50.000 oggetti superiori ai 10 centimetri, dimensioni sufficienti per distruggere un satellite in caso di impatto.
Le manovre di evitamento per la Stazione Spaziale Internazionale e per molti satelliti commerciali sono diventate routine; negli ultimi due anni si sono moltiplicati anche gli episodi di frammenti che sopravvivono al rientro e cadono a terra. Il traffico aereo viene talvolta deviato per il rischio di detriti in caduta. Parallelamente, studi scientifici recenti segnalano che il rientro in atmosfera di satelliti e razzi immette quantità crescenti di metalli nella mesosfera e nella stratosfera, con potenziali effetti ancora poco compresi sulla chimica dell’alta atmosfera. Un aspetto meno noto riguarda cosa succede quando un satellite brucia rientrando. La maggior parte dei satelliti è costruita in alluminio e leghe metalliche. Durante il rientro, questi materiali producono ossidi di alluminio che possono restare sospesi a lungo negli strati alti dell’atmosfera. Con decine di rientri ogni mese, il carico complessivo di questi aerosol artificiali è in rapido aumento. Secondo dati citati da fonti industriali e militari statunitensi, oggi rientrano in media oltre 60 satelliti al mese, un numero destinato a crescere con l’espansione delle costellazioni.
Di fronte a questo scenario, le agenzie spaziali e molte aziende stanno introducendo nuove regole e tecnologie. L’ESA, la NASA e le autorità di regolazione stanno rafforzando le linee guida per il fine vita dei satelliti, imponendo tempi più brevi per il deorbiting, sistemi di passivazione per evitare esplosioni e soluzioni per la rimozione attiva dei detriti. Diverse startup stanno sviluppando veicoli “spazzini” capaci di agganciare satelliti dismessi e portarli a rientro controllato. Altre lavorano su vele di deorbiting, propulsori elettrici a basso impatto, sistemi laser per modificare leggermente l’orbita dei frammenti più pericolosi.
La sostenibilità sta entrando nel lessico ufficiale dell’industria spaziale, anche se la distanza tra impegni e scala del problema resta ampia.
In questo contesto si inserisce una delle sperimentazioni più insolite degli ultimi anni. Nel novembre 2024 il Giappone ha lanciato il primo satellite in legno della storia, chiamato LignoSat. Il progetto è stato sviluppato dall’Università di Kyoto insieme all’azienda forestale Sumitomo Forestry, con il supporto della JAXA. Si tratta di un CubeSat di 10 centimetri per lato, realizzato con pannelli in legno di magnolia giapponese, assemblati con tecniche tradizionali senza viti né colle. Dopo essere stato portato sulla Stazione Spaziale Internazionale, LignoSat è stato rilasciato in orbita per testare come il legno reagisce a radiazioni, vuoto, escursioni termiche e microgravità.
Il legno, a differenza dei metalli, brucia completamente al rientro, riducendo la produzione di particelle metalliche persistenti; inoltre, lascia passare meglio le onde radio, semplificando potenzialmente alcune soluzioni di comunicazione.
L’idea è quella di esplorare materiali rinnovabili e con un impatto atmosferico minore. In un settore in cui si parla sempre più di carbon footprint dei lanci, di inquinamento da rientro e di sostenibilità dell’orbita come risorsa finita, anche scelte radicali sui materiali entrano nel dibattito. La space economy sta scoprendo che la sostenibilità riguarda anche lo spazio come ambiente da gestire nel lungo periodo.
Negli ultimi anni abbiamo già raccontato quanto sia cresciuta la “spazzatura” in orbita e come alcune iniziative italiane e internazionali stiano cercando soluzioni, dai nanosatelliti progettati per il rientro controllato alle tecnologie di rimozione attiva. L’esperimento dei satelliti in legno si inserisce in questa direzione: ridurre l’impatto dei materiali, progettare il fine vita fin dall’inizio, limitare l’accumulo incontrollato e sperimentare soluzioni non convenzionali!





