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di Donato Anchora – Nel 2016 il mondo intero parlò di un’iniziativa popolare federale lanciata in Svizzera, che proponeva di introdurre nel Paese al centro dell’Europa il reddito di base incondizionato (RBI). La rivoluzionaria iniziativa fu rigettata dagli elettori, ma il seme del reddito di base era stato piantato.

Da allora infatti il tema dell’RBI è finalmente uscito fuori dai circuiti accademici nei quali era relegato, ed è cominciato un dibattito internazionale su di esso, tanto da essere presentato al Forum mondiale dell’economia di Davos nel 2017 dal ricercatore Scott Santens nel suo intervento «Perché dovremmo avere tutti un reddito di base incondizionato».

In quel discorso Santens metteva l’accento sull’aumento della povertà, sulla crescente disuguaglianza tra poveri e ricchi, sui salari insufficienti, sull’avanzamento delle tecnologie di sostituzione (robot industriali), sulla diffusione dei lavori a ore o su chiamata. Passava poi a descrivere quelli che sono i costi del non avere il reddito di base, riferendosi soprattutto ai costi di assistenza sociale.

Pensiamo a quanto costano tutte le misure economiche contro la disoccupazione. E non parliamo solo di assegni di disoccupazione, ma anche di tutta la macchina burocratica necessaria a farla funzionare, e di tutte quelle misure sociali che servono a contrastare gli effetti della povertà, come ad esempio una scarsa istruzione.

Pensiamo a quanto ci costa il contrasto alla criminalità organizzata, che assolda a mani basse poveri disoccupati rimasti senza un centesimo in tasca. Quanto ci costa l’infiltrazione mafiosa nell’economia e nella politica?

Ci sono poi i costi sanitari. Secondo una ricerca del 2009 dell’università La Sapienza di Roma, il 70% delle malattie è legato direttamente o indirettamente allo stress da lavoro.

Ma se fin qui si è parlato di soldi, non bisogna trascurare il vero costo della mancanza di un reddito di base: l’inquietudine e la mancanza di libertà. Viviamo nella paura di perdere il posto di lavoro, viviamo nella costante incertezza economica, nell’impossibilità di scegliere quale lavoro fare e a quali condizioni, viviamo il lavoro come un atto asfissiante senza via di scampo, quando invece dovrebbe essere un luogo di creatività e di crescita individuale e sociale.

Vivere con il reddito di base ci darà quella sicurezza economica che non possiamo trovare in questo modello, e ci consentirà di vivere le nostre vite con maggiore serenità e gioia, e soprattutto con maggiore libertà. Per esempio potremmo finanziare una nuova formazione scolastica che ci apra nuovi orizzonti professionali. È dimostrato statisticamente che il maggior ostacolo che gli adulti trovano rispetto all’obiettivo di riqualificarsi è il come mantenersi durante gli studi.

Con il reddito di base potremmo permetterci di ridurre la percentuale di lavoro per dedicarci di più a coltivare il rapporto con i figli, i nostri partners, i nostri amici. La vita sociale ha bisogno di tempo libero per svilupparsi, così come di tempo libero ne hanno bisogno anche le nostre passioni, i nostri hobbies.

Il reddito di base è la rivoluzione sociale più importante del XXI secolo. Esso rappresenta innanzitutto un diritto alla libertà, un inno all’autodeterminazione della nostra vita. Poiché oggi non esiste un’alternativa valida al reddito da lavoro, le nostre vite sono vissute interamente sotto il ricatto economico e determinate dal lavoro, che si trasforma così in una velata forma di schiavitù anziché in un luogo dove esprimere al meglio le proprie qualità.

Come attivista del reddito di base ho partecipato in prima linea alla campagna del 2016 in favore del reddito di base e conosco bene quali preoccupazioni degli elettori hanno contribuito a farla naufragare. Erano preoccupazioni legate al presunto effetto di disincentivo al lavoro che l’RBI innescherebbe, al timore di un aumento sproporzionato delle tasse, all’invasione di immigrati interessati solo a percepire il reddito di base. Vi erano anche motivazioni legate all’etica del lavoro.

Queste preoccupazioni meritano una risposta, perché solo elettori consapevoli dei tanti benefici del reddito potranno approvare una misura così rivoluzionaria.

L’AUTORE

Donato Anchora è un attivista del reddito di base incondizionato e autore del libro «Reddito di base incondizionato. La rivoluzione sociale del XXI secolo» (2022, Fontana Edizioni SA, Lugano). Il testo elabora l’RBI dal profilo sociale, economico, politico, e presenta in anteprima un modello di finanziamento solido e convincente, offrendo un’analisi completa della proposta più innovativa di questo secolo. Dopo essersi impegnato per la raccolta firme nell’iniziativa popolare federale «Per un reddito di base incondizionato», ha ricoperto il ruolo di coordinatore del comitato cantonale ticinese in favore dell’omonima iniziativa, ha pubblicato articoli d’opinione sui quotidiani ticinesi e organizzato vari dibattiti pubblici sul tema.

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