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Oltre 200.000 fusti radioattivi sul fondo dell’Atlantico

beppegrillo.it - Luglio 5, 2026

Per la prima volta un gruppo di ricercatori ha osservato da vicino i fusti radioattivi depositati sul fondo dell’Oceano Atlantico tra gli anni ’50 e ’90, quando lo smaltimento in mare dei rifiuti nucleari era ancora consentito dalla legge. La spedizione, chiamata NODSSUM, e coordinata dal Centro Nazionale della Ricerca Scientifica francese (CNRS), ha esplorato un’area situata a circa mille chilometri dalle coste francesi e a quasi 5.000 metri di profondità. La seconda fase della missione si è conclusa alla fine di giugno 2026, fornendo dati senza precedenti sullo stato di conservazione dei contenitori e sul loro impatto sull’ecosistema degli abissi.

L’area studiata si trova nell’Atlantico nord-orientale, a circa mille chilometri dalle coste francesi e a una profondità di circa 4.700-5.000 metri. Qui giacciono oltre 200.000 fusti contenenti rifiuti radioattivi provenienti dall’industria nucleare. Tra il 1950 e il 1990, infatti, una quindicina di Paesi utilizzò gli oceani come luogo di smaltimento dei rifiuti nucleari, effettuando immersioni in più di 80 siti tra Atlantico, Pacifico e Artico. La maggiore concentrazione di fusti si trova proprio nell’Atlantico nord-orientale. La pratica è stata definitivamente vietata nel 1993 dalla Convenzione di Londra. La spedizione, condotta a bordo della nave oceanografica francese Pourquoi Pas?, ha coinvolto una trentina di ricercatori provenienti da diverse discipline (fisica nucleare, geologia, oceanografia, biologia e chimica marina)  insieme a Ifremer, all’Autorità francese per la sicurezza nucleare (ASNR) e ad altri partner internazionali. Dopo una prima campagna realizzata nel 2025, che aveva consentito di mappare oltre 3.300 fusti distribuiti su un’area di circa 163 chilometri quadrati, la seconda missione si è concentrata sull’analisi ravvicinata dei contenitori più significativi. Per farlo è stato impiegato il sommergibile con equipaggio Nautile, che ha effettuato 20 immersioni fino a quasi 4.700 metri di profondità, permettendo agli scienziati di osservare direttamente i fusti e il fondale circostante.

Le osservazioni hanno documentato un avanzato stato di corrosione di numerosi contenitori. Alcuni risultano completamente aperti e il loro contenuto si è ormai disperso nei sedimenti. I ricercatori hanno inoltre identificato diversi materiali utilizzati per inglobare i rifiuti radioattivi, tra cui cemento, bitume e resine, e in un fusto completamente deteriorato sono stati riconosciuti perfino strumenti di laboratorio. Le misurazioni effettuate direttamente sul fondale hanno confermato la presenza di radionuclidi caratteristici di questi rifiuti, come il cobalto-60 e il niobio-94, con livelli superiori a quelli normalmente attesi nell’area. Gli scienziati precisano tuttavia che l’attività radioattiva rilevata rimane relativamente bassa e che i campioni raccolti possono essere manipolati senza particolari misure straordinarie di radioprotezione. Saranno le analisi di laboratorio a stabilire con precisione la concentrazione dei radionuclidi e a verificare se siano presenti altri isotopi. Per comprendere come la radioattività si diffonda nell’ambiente marino, la spedizione ha raccolto centinaia di campioni di acqua, sedimenti e organismi viventi. Una parte delle analisi sarà dedicata a verificare se i radionuclidi entrino nella catena alimentare degli ecosistemi profondi e con quali effetti sugli organismi che vivono in prossimità dei fusti.

Uno degli aspetti più sorprendenti della missione riguarda proprio la biodiversità. Quando questi rifiuti furono immersi, si riteneva che le grandi profondità oceaniche fossero quasi prive di vita. Le immersioni del Nautile hanno invece mostrato un ecosistema ricco e diversificato: pesci, anemoni, oloturie, coralli, spugne carnivore e numerosi crostacei popolano il fondale, mentre molti dei fusti sono stati completamente colonizzati dagli organismi marini, trasformandosi in veri e propri substrati artificiali. Per distinguere gli effetti dell’eventuale contaminazione radioattiva dalle condizioni naturali dell’ambiente, gli scienziati hanno effettuato campionamenti anche in una zona abissale priva di rifiuti nucleari, che fungerà da area di controllo per confrontare biodiversità e livelli di radioattività.

La missione potrebbe avere ricadute che vanno oltre questo specifico sito. I dati raccolti saranno infatti utili anche per valutare l’impatto ambientale dei relitti di sottomarini nucleari affondati, dei depositi sommersi di rifiuti radioattivi in altre aree del mondo e delle future attività minerarie nelle pianure abissali, dove sono presenti noduli polimetallici contenenti radionuclidi naturali.

Le esplorazioni hanno infine documentato un’altra realtà ormai evidente: anche le zone più remote del pianeta non sono immuni dall’inquinamento umano.

Oltre ai fusti radioattivi, i ricercatori hanno trovato sul fondale sacchetti di plastica, lattine, barattoli di vernice, tazze e altri rifiuti comuni, segno che persino gli abissi più profondi sono ormai raggiunti dalle attività dell’uomo.

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