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L’industria alimentare utilizza oltre il 70% dell’acqua mondiale, che è sempre più inquinata e in esaurimento, secondo l’ultimo rapporto della no-profit Ceres, intitolato “Feeding Ourselves Thirsty”.

Secondo lo studio le aziende alimentari non stanno agendo abbastanza rapidamente per mitigare i rischi idrici. Oggi, più di 2 miliardi di persone vivono in paesi sotto stress idrico e 3,6 miliardi di persone hanno un accesso inadeguato all’acqua per almeno un mese all’anno.

Il rapporto ha analizzato la gestione dell’acqua di 38 aziende alimentari e, con un punteggio medio di 45 punti su 100, ha scoperto che l’industria è in gran parte impreparata per un futuro di crisi idrica.

Gli scienziati hanno previsto siccità più frequenti, gravi e più durature, che non faranno che complicare il “rapporto precario dell’industria alimentare con l’acqua”, afferma Kirsten James della Ceres. “Le ultime scoperte scientifiche ci stanno davvero mostrando che il momento per un’azione urgente è ora e che il settore privato ha un ruolo chiave”

Nel rapporto, Ceres ha valutato le aziende di quattro settori considerati particolarmente vulnerabili ai rischi idrici: prodotti agricoli, bevande, carne e alimenti confezionati. Gli alimenti confezionati (54) e le bevande (53) hanno ottenuto i punteggi medi più alti con i primi 10 risultati che rientrano in queste categorie.

Coca-Cola Company (90), Anheuser-Busch InBev (83) e Unilever (83) hanno ottenuto il punteggio più alto in assoluto. Vale la pena ricordare che Coca-Cola è stata recentemente nominata il primo inquinatore di plastica per il quarto anno consecutivo e Unilever è tra i tre maggiori inquinatori nel 2021 di Break Free From Plastic.

Come nelle precedenti edizioni di Feeding Ourselves Thirsty, che Ceres pubblica ogni due anni dal 2015, il settore della carne è rimasto indietro con un punteggio medio di 18 punti. James attribuisce questa tendenza alla mancanza di attenzione alla gestione dell’acqua nelle filiere agricole. “Quello che molte persone non si rendono conto è che in realtà è il mangime per l’agricoltura animale che porta a molti degli impatti sull’acqua. È molto importante per le aziende produttrici di carne esaminare le loro operazioni dirette e gestire l’inquinamento e, ovviamente, l’uso dell’acqua”.

Il rapporto ha rilevato una serie di aree critiche in cui sono necessari miglioramenti, come l’esecuzione di solide valutazioni del rischio idrico (compresa la qualità dell’acqua) che meno della metà delle aziende ha fatto. Solo 9 dei 38 hanno attuato obiettivi di riduzione dell’uso dell’acqua e 12 hanno fornito sostegno agli agricoltori che coltivano in bacini idrici ad alto stress. James considera il sostegno ai produttori in bacini idrografici a rischio come “una best practice chiave” su cui poche aziende si stanno concentrando: “È davvero fondamentale che si concentrino davvero su dove i loro soldi contano di più e dove il loro supporto conta di più”.

Sebbene il rapporto abbia rilevato che le aziende alimentari sono in gran parte impreparate a future carenze di acqua dolce, ci sono stati miglioramenti. Dal 2017, il numero di aziende che considerano esplicitamente la sostenibilità è aumentato del 44% per un totale del 79%. Nel 2019, il 33% delle aziende ha legato la retribuzione dei dirigenti agli obiettivi di performance idrica; quel numero da allora è salito al 53%, un aumento del 60%.

È qualcosa ma purtroppo è sempre una goccia in un mare (per restare in tema).

È tempo che i paesi intraprendano azioni urgenti contro la crisi idrica e le aziende alimentari costruiscano un nuovo paradigma attorno al valore dell’acqua. Altrimenti, come già annunciato dall’ONU, la siccità è destinata a diventare “la prossima pandemia”.

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