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La sorte della politica: da Atene e Marte a Roma

beppegrillo.it - Aprile 1, 2026
di Saverio Pipitone

«Sono stato presidente di Atene per 24 ore, ma non di più» affermava nel V-IV secolo a.C. il cittadino che, a turno per un giorno, era sorteggiato a presiedere l’assemblea popolare e il consiglio del governo per la gestione degli affari pubblici.

Nell’antica democrazia greca, un sistema di scelta per sorteggio attribuiva quasi tutte le funzioni istituzionali, mentre per alcune cariche con speciali competenze vigevano le elezioni. I cittadini avevano il diritto di candidarsi all’urna, con l’opportunità di partecipare all’attività legislativa, esecutiva e giudiziaria della polis, ma per un solo mandato nella stessa mansione e per una durata limitata, da una giornata a uno o due anni, in modo da garantire la rotazione e l’inclusione del maggior numero di persone. Percepivano una diaria, pari al compenso di un normale lavoratore, impegnandosi a svolgere con onestà il proprio ruolo, fra cui il controllo delle finanze dello Stato, dei prestatori del servizio pubblico e della costituzionalità delle leggi, maturando una certa intelligenza politica.

Diceva Aristotele: «Uno dei tratti distintivi della libertà è l’essere a turno governati e governanti».

Il sistema funzionava. Come spiega lo storico ed etnologo Moses Finley, nel libro “La democrazia degli antichi e dei moderni” (ed. Laterza 1973): «Atene riuscì a essere per quasi duecento anni lo stato più prospero, più potente, più stabile, internamente più pacifico e di gran lunga più ricco culturalmente di tutto il mondo greco. […] tutto contribuiva a prevenire la formazione di una macchina di partito e perciò di un’élite politica istituzionalizzata. La leadership era diretta e personale; non c’era posto per marionette mediocri manovrate dietro le quinte dai “veri” capi».

Il sorteggio politico venne riutilizzato nei Comuni medioevali, dall’Italia alla Spagna e Germania, con la selezione a rotazione di rappresentanti e giudici, per garantire l’imparzialità, favorire la stabilità ed evitare la concentrazione del potere. Sempre nel Medioevo, nell’insediamento Uttiramerur in India esisteva il metodo elettorale Kudavolai con l’estrazione a sorte di candidati qualificati per comporre il consiglio del villaggio, come efficace forma di autogoverno democratico.
Nell’Età moderna, nei cantoni rurali svizzeri, le cariche di sindaco o membro dei comitati locali erano assegnate tramite sorteggio, al fine di prevenire casi di corruzione, nepotismo od oligarchie.
Con il secolo dei Lumi, il teorico dello stato di diritto Montesquieu, nella sua opera “Lo spirito delle leggi”, scrisse: «La sorte è un modo di eleggere che non affligge nessuno; lascia a ciascun cittadino una ragionevole speranza di servire la patria».

Un futuro di società fondate sulla demarchia o lottocrazia è narrato dalla letteratura di fantascienza. Nel primo romanzo pubblicato di Philip K. Dick, “Solar Lottery” (1955) – tradotto in italiano col titolo “Il disco di fiamma” – l’umanità nel 2203 è governata da un capo per estrazione, ma il sistema generava conflitti letali tra una politica scaduta a spettacolo televisivo e un capitalismo feudale. In “Voci di terra lontana” (1986) di Arthur C. Clarke, sul pianeta oceanico Thalassa di un remoto futuro – colonizzato dagli umani prima della distruzione della Terra – l’apparato lottocratico era stato perfezionato dopo diecimila anni di prove ed errori, a volte orribili, ma divenendo poi la migliore forma di governo mai escogitata: il premier sorteggiato ricopriva l’incarico per un triennio, con i requisiti di 30-70 anni di età, essere sano di mente, non affetto da male incurabile e non avere commesso un crimine grave. Nel racconto “Un biglietto per Tranai” (1955) di Robert Sheckley, su un lontano e utopico pianeta, chi assume la presidenza suprema, porta al collo uno strano gingillo: una bomba collegata a un computer che contabilizza il malcontento popolare e, oltre un certo livello di disaffezione, esplode decapitando il presidente, con il trionfo della sondaggiocrazia in versione dinamitarda. Di selezione casuale dei leader politici, tramite un meccanismo automatizzato, parla il romanzo “Le sceptre du hasard” (1968) di Gérard Klein. Oppure “Justice by Lottery” (1992) di Barbara Goodwin, con la nazione immaginaria di Aleatoria dove anche il lavoro e la ricchezza, insieme alle posizioni di potere, sono assegnati per lotteria periodica. E ancora, “Il blu di Marte” (1996) di Kim Stanley Robinson, ambientato attorno al 2100, con il pianeta rosso abitato da dodici milioni di persone: cinque milioni erano nate sulla Terra, conservando il ricordo di quando le istituzioni terrestri collassarono per corruzione e soltanto la Corte Mondiale, come forza morale, lottava contro lo strapotere depredante delle metanazionali e difendeva, giudizio su giudizio, i diritti umani e civili. Perciò, su Marte, vennero affidati maggiori poteri al ramo giudiziario con le corti: costituzionale, ambientale e penale. I membri, come quelli del legislativo e dell’esecutivo, erano scelti per nomina, elezione e sorteggio: «Si riceve una lettera via email: oh, no, sei stato scelto per far parte per due anni del congresso. È una seccatura, ma d’altro canto è anche un modo per distinguersi, l’occasione di aggiungere qualcosa alla cosa pubblica. Il governo dei cittadini». Altri racconti in “Di futuri ce n’è tanti” di Daniele Barbieri e Riccardo Mancini, ed. Avverbi 2006.

Nella nostra epoca, l’idea del sorteggio riemerge di fronte ai politici di carriera, interessati solo a sé stessi e alle relazioni affariste, senza riguardo per il bene comune e nell’incapacità di gestire con efficienza le risorse pubbliche. Affabulatori, bugiardi e propagandisti, in perenne campagna elettorale, per mantenere il consenso o il voto di quei pochi elettori rimasti. Eppure, nel recente referendum costituzionale sulla giustizia, l’apatia politica ha ceduto il passo: con un’affluenza vicina al 60%, le urne hanno acceso egregie cose. Quando la partecipazione è ampia si manifesta l’intelligenza collettiva. Sotto il 50%, invece, la democrazia vacilla. E forse richiede un’alternativa: per esempio, l’estrazione casuale di una delle due camere del Parlamento, in maniera proporzionata per età, genere, reddito, provenienza geografica, insomma che possa davvero essere rappresentativa. Già nel 1985, l’ecologista Ernest Callenbach e il manager Michael Phillips, nel libro “A Citizen Legislature”, proponevano la selezione a caso dei 435 membri della Camera bassa del Congresso statunitense per sottrarsi al potere corruttivo delle lobby e dei grandi finanziatori: «Ogni fallimento dei tentativi di frenare l’influenza del denaro nelle campagne elettorali renderà l’idea un poco meno bizzarra e un poco più attraente […]. Col tempo, dunque, la sortizione sembrerà l’unico modo affidabile per restituire la voce del popolo ai supremi consigli della repubblica».

Nell’ultimo ventennio, in diversi Paesi, è stato sperimentato il sorteggio in politica, con il coinvolgimento eterogeneo dei cittadini nei processi decisionali: dalla riforma costituzionale in Irlanda e Islanda, alla realizzazione di opere infrastrutturali a Wenling in Cina, fino all’ideazione di progetti civici a Berlino e al bilancio partecipato su come destinare una parte delle risorse comunali a Parma e Capannori (Lucca). In Belgio, alcune città (fra cui Olen, Forest, Arlon e Mechelen), in collaborazione con la piattaforma di innovazione democratica “G1000”, hanno selezionato a sorte un panel di residenti per deliberare su mobilità sostenibile, energia e ambiente, o formulare proposte al mondo politico.

L’ideatore del G1000, David Van Reybrouck, nel libro “Contro le elezioni” (ed. Feltrinelli 2015), afferma: «Le elezioni sono il combustibile fossile della politica: una volta stimolavano considerevolmente la democrazia, come il petrolio dinamizzava l’economia, invece oggi si scopre che esse generano problemi giganteschi e nuovi. Se non riflettiamo urgentemente sulla natura del nostro combustibile democratico, una crisi più grave minaccia il nostro sistema. In un’epoca caratterizzata da un disagio economico, un sistema mediatico scatenato e una cultura in piena trasformazione, continuare ad aggrapparsi unicamente alle elezioni significa quasi seppellire deliberatamente la democrazia».

Nel film “Il tassinaro”, Alberto Sordi accompagna in taxi l’onorevole Giulio Andreotti fino a Piazza Montecitorio. Durante il tragitto, con la semplicità di chi vive ogni giorno la strada, parla del figlio neolaureato e delle difficoltà dei giovani a trovare lavoro. Poi propone un’idea: uno Stato che sostenga economicamente chi studia o si specializza in un’arte, chiedendo solo in seguito la restituzione di quanto ricevuto. Secondo lui, in questo modo, ci sarebbero meno birbaccioni in giro. Il politico di professione rispose che non si può pensare di avere una generazione intera di pesi massimi.

Nel mentre, poco distante, a casa del giovane musicista Stefano Rosso, si discuteva sui problemi dello Stato, s’andò a finire sull’hashish legalizzato. Sembrava quasi il parlamento, erano in quindici ma parevan cento. Ragazzi andiamo piano, diceva Stefano, la gente giudica e il vizio non è stato mai un partito sano. Così di casa li cacciò senza ritegno. Poi accese il giradischi e lo spinello: «non sarà stato giusto, sì, lo so, ma in quindici eravamo troppi, no? E questa, amici miei, è una storia disonesta. E puoi cambiarci i personaggi, ma quanta politica ci puoi trovar».

L’AUTORE

Saverio Pipitone – Giornalista pubblicista e redattore economico-finanziario. Autore di articoli di varie tematiche, dalla critica economico sociale alla storia, dall’ecologia al consumismo. Oltre a Pesticidi a tavola, ha scritto i libri Shock Shopping La malattia che ci consuma (Arianna Editrice) e Forno a Microonde? No Grazie (Macro Edizioni). Blog: saveriopipitone.blogspot.com

 

 

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