La tecnologia dell’intelligenza artificiale sta cambiando il nostro modo di vivere la memoria. Fino a poco tempo fa i ricordi erano fotografie, lettere, video. Oggi possono diventare conversazioni. È possibile creare una copia digitale di una persona scomparsa usando i dati che ha lasciato nel tempo: messaggi, registrazioni vocali, immagini, post, email. Queste repliche vengono chiamate deathbot, griefbot o gemelli digitali e permettono ai familiari di “parlare” con una versione artificiale di chi non c’è più.
Per costruire un gemello digitale si utilizzano i dati di una persona, raccolti mentre è in vita oppure recuperati dalle sue tracce online dopo la morte. La sua voce può essere ricostruita, il suo modo di scrivere imitato, il suo volto animato. I sistemi di intelligenza artificiale apprendono da questi materiali e producono nuove frasi, nuove risposte, nuove interazioni coerenti con lo stile e la personalità originaria. Per questo in alcuni studi si parla di “fantasmi digitali”: presenze costruite dalla tecnologia che sembrano familiari, riconoscibili, quasi vive. In ambito internazionale questa pratica viene chiamata digital necromancy, necromanzia digitale, un’espressione forte che descrive la trasformazione delle tracce online in una presenza artificiale capace di continuare a parlare dopo la morte.
Esistono già aziende che offrono servizi di questo tipo. Startup come Eternos propongono la creazione di un vero e proprio gemello digitale capace di continuare a dialogare con i propri cari nel tempo. Piattaforme come You, Only Virtual consentono di costruire chatbot personalizzati a partire da voce, ricordi e dati biografici. Progetti come Project December hanno mostrato come sia possibile ricreare conversazioni realistiche con una persona scomparsa utilizzando modelli linguistici avanzati. Tra le realtà che hanno suscitato maggiore attenzione c’è anche 2wai, una startup che sviluppa HoloAvatar capaci di imitare voce, movimenti ed espressioni a partire da pochi minuti di video, e che è stata presentata al pubblico anche attraverso l’idea di poter continuare a dialogare con una persona dopo la sua morte. Anche strumenti nati con altre finalità, come Replika o Character.ai, vengono talvolta utilizzati dagli utenti per ricostruire una presenza artificiale di qualcuno che non c’è più. Accanto alle startup si muovono anche grandi gruppi tecnologici che studiano soluzioni per simulare utenti defunti sui social network. Il mercato della cosiddetta “grief tech”, la tecnologia applicata al lutto, è già una realtà e cresce insieme alla potenza dei sistemi di intelligenza artificiale.
Il diritto però fatica a tenere il passo con la tecnologia, come sempre. In un articolo pubblicato su The Conversation, la professoressa Wellett Potter riflette proprio su questo passaggio delicato: la tecnologia rende possibile qualcosa di emotivamente potente, ma allo stesso tempo apre interrogativi concreti su chi possiede quei dati, chi controlla la replica e quali diritti restano alla persona anche dopo la morte. Le leggi proteggono testi, registrazioni e materiali concreti, ma l’identità di una persona, la sua voce, il suo modo di essere non sono beni facilmente inquadrabili come proprietà. I contenuti che una persona consegna alla piattaforma possono essere tutelati, mentre le risposte che la replica digitale crea autonomamente entrano in una zona meno chiara. Questo aspetto incide su chi controlla la copia digitale nel tempo e su chi decide cosa può far dire o fare a quella presenza artificiale. Un altro punto cruciale riguarda i contratti. Quando si aderisce a questi servizi si accettano condizioni spesso lunghe e complesse. Molte piattaforme si riservano diritti sui contenuti generati dal sistema o prevedono clausole ampie sul loro utilizzo futuro. Il destino della replica digitale può quindi dipendere da decisioni aziendali, cambi di proprietà o evoluzioni tecnologiche. Se la società chiude, la presenza digitale può sparire. Se la tecnologia cambia, la simulazione può trasformarsi. Se i dati vengono riutilizzati, l’immagine della persona può circolare in contesti diversi da quelli immaginati all’inizio. Tutto questo tocca qualcosa di molto intimo. Interagire con una replica digitale di una persona cara modifica il nostro rapporto con la morte. Sentire di nuovo una voce familiare può dare conforto, può alleviare un vuoto improvviso, può diventare una forma di compagnia nei momenti più difficili. Allo stesso tempo la memoria umana è viva, si trasforma con il tempo, mentre un sistema di intelligenza artificiale continua a produrre nuove parole e nuove frasi. Quelle parole possono influenzare il modo in cui ricordiamo, aggiungendo elementi che non fanno parte della storia reale ma che entrano comunque nella nostra percezione.
Anche sul piano psicologico il dibattito è aperto; alcuni vedono in queste tecnologie uno strumento di sostegno emotivo, capace di aiutare a rielaborare il dolore. Altri temono che il legame con una presenza artificiale possa diventare troppo forte e rendere più difficile accettare la perdita. Il lutto è un’esperienza personale, fragile, diversa per ciascuno, e l’introduzione di una voce digitale permanente cambia profondamente questo equilibrio.
Le questioni etiche sono profonde, un algoritmo può generare risposte che suonano autentiche pur non essendo espressione reale della persona originaria. Questa distanza tra somiglianza e verità pesa molto quando riguarda affetti, ricordi, legami familiari; inoltre la memoria e il dolore diventano parte di un mercato tecnologico, regolato da contratti e modelli di business.
Molti studiosi sottolineano la necessità di regole chiare: servono linee guida che definiscano consenso, trasparenza, responsabilità e modalità di gestione o disattivazione delle repliche digitali. Ogni nostra traccia online contribuisce già oggi a costruire un archivio permanente. Con l’intelligenza artificiale quell’archivio può trasformarsi in una presenza attiva.
Riflettere su questi strumenti significa riflettere su cosa vogliamo che resti di noi e su quale forma debba avere la memoria nel futuro.





