Di seguito l’editoriale di questa mattina di Guillaume Erner, sociologo e giornalista di grande prestigio, punto di riferimento del dibattito culturale francese. Conduce ogni mattina una seguitissima rubrica su France Culture, dove analizza con profondità i temi centrali della società contemporanea.
Non parlo della pornografia sessuale, che il diritto disciplina già più o meno, ma di un’altra, più insidiosa: la pornografia compassionevole.
Ci penso guardando quella prima pagina di Paris Match, incorniciata di nero, su cui campeggiano queste parole: «Crans-Montana, i destini spezzati della notte di San Silvestro». Quattro volti di giovani, giovanissimi, morti in un bar svizzero durante il veglione. Quattro vite fissate per sempre, offerte allo sguardo di tutti. Eccoci allora simili a quei curiosi che si arrangiano per osservare le vittime di un incidente stradale.
Certo, quella copertina si riveste degli abiti della pietà e della compassione. E la compassione, da Jean-Jacques Rousseau in poi, è considerata il cuore stesso dell’umanità, il fondamento dell’umanesimo. Ma, in fondo, di che cosa stiamo parlando qui? È davvero compassione gettare in pasto al pubblico i volti dei morti, identificabili, riconoscibili, quando hanno una famiglia, degli amici, un’intimità che non ci appartiene? I loro cari desiderano davvero vedere il proprio dolore esposto all’intera umanità, trasformato in oggetto di consumo mediatico?
Non potremmo, semplicemente, lasciare che i morti riposino — e con loro, coloro che restano? Perché questa copertina, sotto il velo della sollecitudine, mette in atto tutt’altro meccanismo. Un meccanismo antico, analizzato da Sigmund Freud, che il tedesco chiama Schadenfreude: quella gioia maligna che nasce dalla sventura altrui, quella consolazione oscura che sussurra: c’è di peggio di noi.
Siamo all’inizio dell’anno, fa freddo, i tempi sono duri, e a volte la fine del mese comincia già all’inizio del mese. E all’improvviso, quei volti ci ricordano che la nostra situazione, per quanto penosa, potrebbe essere infinitamente più tragica: potremmo essere la famiglia di uno di quei giovani, potremmo aver lasciato un figlio, una sorella, un amico in quella discoteca. La sventura degli altri diventa allora un balsamo avvelenato per le nostre stesse angosce.
Nulla è più volgare di questo meccanismo. Nulla è più indecente di questa strumentalizzazione della morte in nome di una falsa empatia. Quella copertina aggiunge dramma al dramma: c’è il dramma originario, terribile, quello della notte del 31; e poi ce n’è un altro, più silenzioso ma altrettanto violento: negare ai morti e ai loro cari il diritto al riposo.





