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Perché vietare i social agli under 16 non risolve i problemi reali

beppegrillo.it - Gennaio 24, 2026

Negli ultimi mesi il tema del divieto dei social media per i minori di 16 anni è entrato con forza nel dibattito politico internazionale. Dopo il modello australiano, anche il Regno Unito ha avviato una consultazione pubblica su un possibile bando, mentre nell’Unione Europea si sta aprendo un confronto su limiti di età, responsabilità delle piattaforme e nuove forme di regolazione per la tutela dei minori. Le proposte vengono presentate come risposte decise all’aumento delle preoccupazioni legate alla salute mentale dei giovani, agli abusi online e all’esposizione a contenuti dannosi. In diversi Paesi il dibattito si sta allargando e coinvolge governi, autorità di regolazione, scuole e famiglie, con l’idea che servano interventi più drastici per ridurre i rischi digitali.

In un interessante analisi su The Conversation, la criminologa Emily Setty, che da anni studia le vite digitali degli adolescenti, un divieto generalizzato rischia di semplificare eccessivamente un problema complesso.

Le ricerche della Setty mostrano che molti dei danni vissuti online non nascono nei social ma riflettono dinamiche già presenti nella vita offline. Bullismo, razzismo, sessismo, pressioni sull’immagine corporea ed esclusione sociale esistono da prima delle piattaforme digitali. I social possono amplificare questi fenomeni, senza generarli da zero.

Nei focus group condotti con adolescenti, i ragazzi descrivono la vita online come una prosecuzione dei corridoi scolastici, dei gruppi di amici e delle comunità locali. Online e offline vengono vissuti come un unico spazio continuo. Gli studiosi parlano sempre più spesso di una realtà “post-digitale”, in cui la distinzione tra mondo reale e digitale perde significato pratico. Per l’esperta, se le radici dei problemi sono sociali, un intervento puramente tecnico rischia di non affrontarne le cause. Un divieto tratta i social come il problema in sé, senza interrogarsi sulle ragioni per cui comportamenti come molestie, umiliazioni, misoginia e sfruttamento continuano a manifestarsi. Negli ultimi anni, inoltre, i tagli ai servizi per i giovani, la riduzione degli spazi di aggregazione e l’aumento delle pressioni scolastiche hanno reso le piattaforme digitali uno dei principali luoghi di relazione. I social non hanno semplicemente invaso la vita dei ragazzi, hanno occupato spazi lasciati vuoti da scelte politiche e sociali. Intervenire solo sulle piattaforme significa affrontare un effetto senza toccare il contesto che lo ha prodotto. E’ “la soluzione più semplice”, secondo l’esperta.

Esistono anche problemi pratici di applicazione. I divieti basati sull’età sono difficili da far rispettare. Molti giovani trovano facilmente soluzioni alternative, migrano verso piattaforme meno regolamentate o dichiarano età false. Questo può spingere parte dell’attività online in spazi meno controllabili, riducendo la possibilità di intercettare situazioni di disagio da parte di famiglie, scuole e servizi di supporto. Un recente documento firmato da oltre 40 organizzazioni per l’infanzia, esperti di sicurezza digitale e famiglie colpite da tragedie avverte che divieti generalizzati possono isolare i giovani più vulnerabili dalle reti di supporto tra pari e dalle risorse di emergenza.

Dalle ricerche della studiosa emerge anche un altro dato interessante, molti giovani esprimono un rapporto ambivalente con i social: criticano la cultura del confronto continuo, la pressione delle notifiche e l’obbligo percepito di essere sempre presenti; spesso dichiarano di desiderare più tempo offline e relazioni faccia a faccia più significative. Questo mostra che i ragazzi riconoscono i problemi e sanno descrivere il tipo di vita digitale che vorrebbero. Chiedono strumenti per imparare a mettere limiti, riconoscere dinamiche coercitive, comprendere il funzionamento degli algoritmi e gestire i conflitti. Chiedono di essere coinvolti come parte attiva nella costruzione delle soluzioni.

Un divieto uniforme considera i giovani come un gruppo omogeneo, senza tenere conto delle differenze di contesto, identità, risorse e relazioni. I rischi e i benefici dell’esperienza digitale variano molto da persona a persona.

Per la ricercatrice, anche i genitori vivono una forte ambivalenza, temono i danni online e spesso esprimono il desiderio di tornare a un’infanzia pre-internet. Questa nostalgia riguarda spesso anche un senso di perdita di controllo, di fronte al potere delle grandi piattaforme, alla complessità delle culture digitali e ai cambiamenti sociali che percepiscono come rapidi e difficili da gestire. Molti genitori si sentono divisi tra la volontà di proteggere i figli e la consapevolezza che la comunicazione digitale è ormai centrale nelle amicizie, nello studio e nella vita quotidiana. Temono sia i rischi della connessione sia quelli dell’esclusione.

In questo quadro, un divieto può apparire come una soluzione rassicurante, perché promette di ristabilire un senso di ordine. Secondo Setty, però, il problema reale riguarda il bisogno di maggiore supporto alle famiglie, regole più chiare per le piattaforme, educazione digitale nelle scuole e risorse per accompagnare genitori e figli nella gestione della vita online. Le soluzioni semplici attirano l’attenzione, ma i problemi complessi richiedono interventi articolati. Servono programmi educativi che tengano conto delle realtà digitali dei giovani, una regolazione più stringente del design delle piattaforme per ridurre sfruttamento e molestie, una maggiore responsabilità delle aziende tecnologiche e il rafforzamento degli spazi e dei servizi offline.

I social non rappresentano un luogo separato dalla vita reale dei giovani; sono intrecciati con le loro relazioni, le loro identità e i loro bisogni quotidiani. Escluderli da questi spazi può lasciare molti ragazzi senza punti di riferimento.

Una generazione che cresce in un mondo connesso ha bisogno di strumenti, accompagnamento e comprensione. Politiche efficaci devono partire da come i giovani vivono realmente, non solo dalle paure degli adulti. La sicurezza online passa dalla capacità di navigare questi ambienti, non dall’essere tagliati fuori.

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