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di Emanuele Isonio – L’arte al servizio dell’agricoltura e della salute dei terreni. Non in modo simbolico ma decisamente concreto: un’installazione luminosa, alimentata a energia solare, distribuita su 20.000 metri quadri di terreno nei Paesi Bassi. Così i campi coltivati, protagonisti indispensabili di giorno per la nostra sicurezza alimentare, diventano attori anche di notte grazie a una miriade di luci danzanti.

L’opera d’arte – perché di questo si tratta in fondo – è stata ideata dallo studio olandese di Daan Roosegaarde, ma non è composta solo da luci messe senza un motivo. Lo stesso nome scelto per l’installazione – Grow, ovvero crescere – lo testimonia.

GROW – commenta l’artista Daan Roosegaarde – è il paesaggio onirico che mostra la bellezza della luce e della sostenibilità. Non come un’utopia ma come una protopia, migliorando passo dopo passo”.

Gli insegnamenti della fotobiologia

Alla base ci sono due anni di ricerche condotti dal team dello studio Roosegaarde insieme all’università e istituto di ricerca di Wageningen. Insieme hanno cercato un modo per migliorare la crescita delle piante e per ridurre l’uso di pesticidi. Ispirata ai principi della fotobiologia, hanno scoperto così che alcune combinazioni di luce blu, rossa e ultravioletta possono agire positivamente sullo sviluppo vegetale e le rendono anche più resistenti alle malattie.

“Il progetto GROW – spiega il professor Jason Wargent, ricercatore capo di BioLumic ed esperto mondiale di fotobiologia vegetale – è un progetto affascinante. È supportato da una ricerca scientifica che mostra che specifiche ricette di luce possono migliorare la crescita e ridurre l’uso di pesticidi fino al 50%”.

Quella scoperta è diventata così un’installazione originale, dislocata su un campo coltivato a porro (Allium porrum), che ha fatto rapidamente il giro del mondo. Gli autori del progetto prevedono infatti di esportarla in 40 Stati.

Urgono risposte contro l’inquinamento da pesticidi

Grow è ovviamente un’estremizzazione delle vie alternative all’uso della chimica in campo. Ma quanto sia cruciale trovare strade, più o meno originali, per ridurre l’uso di pesticidi lo dicono i dati: “dall’inizio del XXI secolo – ricordava recentemente la FAO nel suo nuovo rapporto sull’inquinamento dei terreni mondiali – la produzione globale annuale di sostanze chimiche industriali è raddoppiata toccando quota 2,3 miliardi di tonnellate”. E le previsioni parlano di un ulteriore aumento dell’85% entro il 2030.

In particolare, in Europa ogni 10 metri quadri di suolo agricolo ben 8 contengono residui di pesticidi. Tra questi si segnalano soprattutto il DDT, i fungicidi e il glifosato. Quest’ultimo, rivela una ricerca presentata nel corso del Global Symposium on Soil Biodiversity organizzato dalla FAO a fine aprile, è strettamente collegato con la riduzione di concentrazione di macroinvertebrati, privando il suolo dei loro servizi ecosistemici.

Ecco perché, giusto la settimana scorsa, il Parlamento europeo, in una risoluzione approvata a larghissima maggioranza, ha chiesto di chiudere definitivamente con il glifosato a partire dal 1° gennaio 2023. E la Commissione europea, che dovrà decidere come tradurre la risoluzione parlamentare in un atto legislativo vincolante per gli Stati membri, sta intanto elaborando schemi di incentivazione delle pratiche agricole sostenibili. Azioni che si aggiungono al target già previsto di dimezzamento dei pesticidi entro il 2030 previsto nella strategia “Dal produttore al consumatore” e di aumento dell’agricoltura biologica dall’attuale 8,5% medio della Ue fino al 25% entro il prossimo decennio.

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