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di Torquato Cardilli – Tra il VI e il V secolo a.C. visse in Magna Grecia il poeta Tisia, soprannominato Stesicoro, cioè capo del coro, nato a Himera (l’odierna Termini Imerese)  nel 630, o secondo altri a Metauro (l’odierna Gioia Tauro), e morto a Catania nel 555 a.C.

In quel periodo i Siracusani  non riuscivano ad attuare una strategia vincente nella guerra contro i Cartaginesi perché i comandanti dei vari reparti militari litigavano tra di loro per chi dovesse avere il potere supremo. Alla fine decisero di affidarsi all’esperienza di un comandante straniero.

Allora Stesicoro, per evitare che i Siracusani commettessero questo errore, che li avrebbe resi schiavi di un tiranno per giunta straniero, raccontò al popolo l’apologo del cervo e del cavallo, che sarà ripreso, quasi duemila anni dopo, da La Fontaine.

I due quadrupedi convivevano in pace, ciascuno badando al proprio pascolo, ed erano  concordi nel respingere eventuali intrusioni. A un certo punto però entrarono in contrapposizione: il cervo facendo valere la maestosità e la forza delle sue corna entrò nel territorio del cavallo impadronendosene per buona parte. Fu guerra aperta. Il cavallo dopo aver perso più della metà del suo spazio, vistosi inferiore, per non soccombere si appellò all’uomo, dotato di una superiorità in armi e intelligenza, che non si fece pregare. Questi gli montò in groppa, gli mise il morso e le briglie e guidandolo al galoppo inseguì il cervo trafiggendolo a morte. Fu così che il cavallo passò dalla libertà al dominio del padrone che non smontò più dalla sua groppa.

Questa storiella sembra la metafora del rapporto tra Italia e Stati Uniti.

Il cavallo Italia per liberarsi dall’occupazione del cervo nazista nel 1943  chiamò in soccorso l’uomo degli Stati Uniti che l’affrancarono dall’oppressore ma di lì a poco, di fronte alla minaccia dell’orso sovietico, le imposero una presenza militare, divenuta permanente e codificata con la sottoscrizione di una serie di accordi di collaborazione, a partire da quello di Washington del 1950, seguito da altri sedici trattati di cooperazione militare firmati da parte italiana senza condizionalità.

In epoca di guerra fredda tra le due superpotenze l’Italia accettò di buon grado di ripararsi sotto l’ombrello atomico americano, ma vi rimase in una condizione di subalternità che via via si trasformò, data la sproporzione di forze e di peso internazionale, in un rapporto ancillare, di cavalier servente, di affittacamere, servitù non più giustificata per le mutate le condizioni internazionali dopo la caduta del muro di Berlino ed il disfacimento dell’Urss.

Dapprima acconsentì alla creazione  del comando navale della sesta flotta nel Mediterraneo a Napoli, poi concesse oltre 1000 ettari di territorio tra Livorno e Pisa per la creazione di una base militare per le truppe americane, denominata camp Darby. Dieci anni dopo la fine della II guerra mondiale  gli  Stati Uniti a seguito della dichiarazione di neutralità dell’Austria, posero fine all’occupazione di quel paese e trasferirono tutte le loro truppe, con armi e bagagli, in Italia.

La neutralità austriaca aveva reso più debole il fianco nord orientale italiano da un possibile attacco sovietico o del patto di Varsavia, sicché gli Stati Uniti decisero  di creare un apposito contingente denominato USASETAF (United States Army Southern European Task Force) acquartierato a Vicenza con la 173esima Brigata aviotrasportata che sarà poi adoperata per operazioni militari dalla Serbia all’Afghanistan, creandovi una  vera cittadella americana di circa 13 mila persone tra militari e famiglie.

Quindi in base ad un altro accordo fu creata la base aerea di Aviano destinata a  quartier generale Nato. Ma poiché l’appetito vien mangiando, le basi americane progressivamente diventarono otto, disciplinate da accordi bilaterali imposti più che negoziati (Napoli Capodichino; Aviano Pordenone, con deposito nucleare; Livorno; Gaeta;  Sigonella; San Vito dei Normanni di Brindisi; e Vicenza) oltre a un centinaio di presidi sparsi in tutta Italia come luoghi di svago, strutture sanitarie, centri di ascolto radar, depositi di munizioni convenzionali ed atomiche, rampe missilistiche, poligoni ecc. Tutte queste installazioni godono del privilegio della extraterritorialità e sono sottratte alla giurisdizione italiana, con immunità per tutti i loro componenti.

La domanda da porre oggi al Governo e al Parlamento è se hanno mai messo sul tavolo la necessità di un riequilibrio politico nei rapporti con gli Stati Uniti che ci hanno visto sempre nel ruolo di palafrenieri non solo nelle servitù militari nel nostro territorio, ma anche nel coinvolgimento in tutte le disastrose avventure militari all’estero (Serbia, Iraq, Afghanistan, Libia, ecc.).

Il riequilibrio delle relazioni dovrebbe comprendere anche gli aspetti legali giudiziari a partire dal mancato sostegno politico nel caso dei marò in India o in quello, mai sollevato, di Regeni, assassinato dagli agenti del Pinochet delle piramidi messo al potere proprio da loro, o a quello del nostro connazionale Chico Forti, innocente condannato sulla base di false prove, come accadde a Sacco e Vanzetti, che langue da venti anni nelle carceri americane nonostante che il nostro Presidente della Repubblica abbia concesso più di una grazia a vari cittadini americani accusati di gravi crimini commessi in Italia o contro italiani (uccisione di Calipari, rapimento Abu Omar, funivia del Cermis, ecc.).

L’AUTORE

Torquato Cardilli – Laureato in Lingue e civiltà orientali e in Scienze politiche per l’Oriente. E’ stato Ambasciatore d’Italia in Albania, Tanzania, Arabia Saudita ed Angola. Ha redatto oltre 200 articoli di carattere politico ed economico pubblicati in Italia e all’estero da varie testate ed agenzie di stampa.

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