Da discarica a ricarica

di Beppe Grillo – È ormai un fatto accertato che nel nostro Paese ci sia uno stato di continua emergenza nazionale su un tema da sempre mai risolto: i rifiuti.

Un problema di dimensioni colossali. Si parla tanto, e da tanto, di economia circolare, ma chi davvero si cimenta su questo fronte? Chi davvero oggi sta lavorando per cambiare il nostro Paese?

L’Italia rischia di nuovo di restare fanalino di coda europeo su una tematica che, peraltro, può costituire una grande opportunità di natura economica e sociale.

Possiamo trasformare una emergenza nazionale in una opportunità.

Pensate che il nostro Paese ha una produzione di rifiuti pari a circa 185 Mt all’anno, con un fatturato totale di oltre 25 miliardi di euro.

La società moderna è la produttrice di rifiuti più efficace della Storia. Un business incredibile che l’Italia non è mai riuscita a sfruttare.

Per esempio non siamo mai stati capaci di sviluppare un comparto con operatori di rilievo Europeo al contrario di Francia, Germania e Spagna (che ad oggi vantano alcuni dei primi operatori al mondo). Abbiamo invece una forte frammentazione con circa 4.000 operatori laddove i primi 5 pesano meno del 20% sul totale giro d’affari.

In Italia si fa ancora troppo ricorso alle discariche e in particolare al Centro-Sud la carenza impiantistica è così marcata che ci impone di trasferire grandi quantità di rifiuti verso altre destinazioni (anche all’estero). Ammonta a più di un miliardo di euro per anno la spesa per esportazione dei rifiuti italiani, con diversi altri effetti negativi quali mancato gettito fiscale, perdita di competitività, minori posti di lavoro. Ogni anno impieghiamo centinaia di migliaia di TIR nel trasporto di rifiuti tra Regioni e si stima che circa 45 Mt/a di rifiuti viaggiano oltre i 100 km, è pazzesco!

Una situazione non più gestibile, che favorisce il proliferare di ecomafie, quelle associazioni criminali dedite al traffico e allo smaltimento illegale dei rifiuti, nonché dei roghi e gli intombamenti degli stessi, vere e proprio bombe ecologiche, i cui futuri costi in termini di salute ricadranno interamente sulla collettività.

Ad oggi per raggiungere i target Europei, definiti dal Pacchetto Economia Circolare sui rifiuti urbani, saranno necessari oltre 10 miliardi di investimenti. Chi metterà questi soldi? A chi regaleremo il business dei business? Manderemo di nuovo all’estero quella che è definita una preziosa materia prima?

Invece di creare magari il nuovo polo di riferimento o la nuova azienda carrozzone, in realtà abbiamo delle competenze ad oggi inespresse e male (o poco) utilizzate già a disposizione. Potremmo davvero creare una filiera di grande valore mettendo i nostri “Campioni Nazionali” in collaborazione.

Abbiamo diverse eccellenze anche nel settore manifatturiero che potrebbero ulteriormente investire sul riutilizzo di materiali recuperati nei processi produttivi (e non siamo gli ultimi arrivati!).

Abbiamo diverse realtà importanti italiane (A2A, HERA, IREN, ACEA, ITEA ecc.) esperte sul trattamento dei rifiuti e parzialmente anche sul recupero dei materiali. Ma purtroppo riescono al momento a coprire solo in parte le reali necessità nazionali.

Altri gruppi nazionali, come ad esempio ENI, che già si impegna su alcuni di questi ambiti industriali, (vedi Novamont, Matrica etc… che promuovono un modello di Bioeconomia incentrato sull’uso delle risorse e sulla rigenerazione territoriale), potrebbe vedere il settore dei rifiuti come la spinta necessaria a completare il proprio processo di trasformazione verso la green economy.

Potremmo sfruttare finalmente competenze che rischiano di andare perdute, insieme ai posti di lavoro associati.

Dobbiamo ora investire nelle nuove infrastrutture indispensabili per la transizione Ecologica. Ad esempio negli impianti di digestione anaerobica con produzione associata di biometano (coerente anche con la transizione energetica), e impianti di selezione e trattamento avanzati di frazioni riciclabili (e.g. carta/cartone, vetro, metalli, legno, plastica, rifiuti elettrici ed elettronici).

Ci servono nuovi standard di riferimento. Dobbiamo detassare (e di tanto) chi rimette i materiali riciclati nei cicli produttivi, introducendo la tracciatura delle filiere, e dobbiamo invece tassare di più chi utilizza materiali non riciclati. Ci ritroviamo in un mondo capovolto: i prodotti green costano più di quelli super inquinanti.

A fronte di ciò, voglio mandare un messaggio proprio ai vertici di ENI: perché non approfittare di questa grande opportunità, combattendo, insieme alle istituzioni, la battaglia del trattamento della trasformazione dei rifiuti? Perché non cogliere l’occasione di una vera trasformazione, di un vero sviluppo del nostro paese?

Perché non utilizzare le vostre doti di know how, di capacità organizzativa, e di potenza finanziaria per restituire al proprio paese l’opportunità di essere leader in un settore così necessario quanto potenzialmente redditizio e all’avanguardia?

Non possiamo di nuovo sprecare questo momento con un cambiamento a metà.

Il dibattito è aperto! Coraggio!